La seconda cosa che ha fatto Carlin Petrini è stata, appunto, di partecipare alla trasmutazione delle Langhe da luogo povero e triste in luogo ricco e – come possono essere le caduche vicende umane – felice.
Le Langhe sono state fatte da un pugno di persone. Dalla confraternita del Nebbiolo, che ha reso il barolo e il barbaresco un fenomeno internazionale: Mascarello, Rinaldi, Conterno, Cappellano, Gaja. Da vignaioli con una attitudine commerciale inesauribile: Ceretto e di nuovo Gaja. Dal Signor Michele, della Ferrero di Alba. E da Carlin Petrini. Il quale, per citare i tre marenghi di Fenoglio, ha scelto di non vendersi per quattro soldi, ma che invece ha, con amore e dedizione, capito quanto fosse poetico, buono e fonte di lavoro e di guadagno quello che, dalle sue colline e dalle sue stalle, dalla sua prima pianura e dalle sue cucine, si originava da secoli, nella povertà, sulla sua terra.
Questa seconda cosa fatta da Carlin Petrini – l’invenzione insieme ad altri delle Langhe – ha avuto un doppio effetto, in appunto perfetta chiusura del cerchio.
Il primo effetto è la partecipazione a un progetto di rapido passaggio di una terra dall’anonimato alla celebrità e dalla povertà alla prosperità.
Il secondo è l’approdo di quella energia del Sessantotto e del Settantasette italiano a una situazione dignitosa e non ambigua, costruttiva e non lucrativa, chiara e non torbida, non egoistica ma per tanti, se non per tutti.










