«In Europa abbiamo dato per scontata la leadership industriale per troppo tempo. Il richiamo alla realtà, una scossa necessaria di cui siamo grati, è venuta da Mario Draghi. Dopo due anni, però, oltre l’80% delle raccomandazioni del Rapporto Draghi non è stato attuato e i progressi più lenti si sono registrati nell’ambito dell’energia e della digitalizzazione: due aree decisive». Decisive soprattutto per la chimica, come ha spiegato nella sua relazione il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella all’Assemblea annuale che è stata aperta dai messaggi della Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni e della Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
Meloni: intervenire sugli Ets
«Il green deal e le politiche europee hanno contribuito ad aggravare le difficoltà» dell’industria italiana «quando hanno imposto costi e oneri scollegati» dalle necessità del sistema produttivo, ha detto Meloni. «Il sistema degli Ets» è ciò sui cui bisogna intervenire. «Servono tempi realistici e protezione contro chi non sostiene i nostri stessi costi, specie ambientali». La Presidente del Consiglio ha evidenziato che «la chimica europea sta attraversando una crisi profonda. Pesano il costo dell’energia, la debolezza della domanda e una concorrenza internazionale con la quale non si combatte ad armi pari – ha spiegato Meloni -. L’Europa non può rispondere a queste sfide, aggiungendo costi e vincoli a chi continua a investire e produrre qui. Anche il Green Deal e le politiche europee hanno contribuito ad aggravare queste difficoltà, quando hanno imposto oneri e tempi scollegati dalla disponibilità di alternative tecnologiche ed energetiche sostenibili per le imprese. Il sistema ETS è uno dei nodi sui quali occorre intervenire. Per questo, il Governo si sta battendo e continuerà a battersi per una revisione delle politiche climatiche europee, a partire dall’ETS, che tenga insieme decarbonizzazione e competitività. Servono tempi realistici, neutralità tecnologica, energia a costi sostenibili e una protezione efficace contro la concorrenza di chi non sostiene i nostri stessi costi, in particolare quelli ambientali».
Il calo della produzione
Il momento non è facile, a livello europeo, «la capacità produttiva persa nel settore chimico tra il 2022 e il 2025 è di 37 milioni di tonnellate, equivalenti a circa il 9% del totale, con circa 110.000 posti di lavoro coinvolti. Negli ultimi quattro anni le chiusure annunciate nel settore chimico in Europa sono sestuplicate. In Italia la produzione chimica risulta di oltre il 13% inferiore al 2021. «Le speranze di una rapida risoluzione del conflitto in Medio Oriente si stanno rivelando vane e la produzione chimica in Italia è prevista in ulteriore contrazione del 3% nel 2026 con possibili ricadute sul 2027», ha detto Buzzella.
Politiche Ue di vitale importanza
Nel suo discorso Buzzella ha richiamato il fatto che nel 2050, in un pianeta da quasi dieci miliardi di abitanti, «la combinazione del cambiamento demografico e tecnologico produrrà un assetto multipolare, con una minore influenza americana. ll peso dei Paesi G7 si ridurrà sempre più in favore di Cina, India, Indonesia, Brasile, Corea, Turchia e altre economie emergenti, come Vietnam, Filippine, Nigeria. L’Europa avrà uno spazio ancora più piccolo e dovrà sostenere una competizione più intensa per difenderlo. Per questo diciamo da tempo che le politiche dell’Unione europea, adesso, non domani o dopodomani, sono di vitale importanza per comprendere se intendiamo ritagliarci una parte da co-protagonisti, o se subire l’aggressività delle nuove leadership industriali del mondo, rinunciando al nostro benessere e ai nostri valori».
La concorrenza americana e asiatica
L’Europa ha un patrimonio produttivo straordinario, ma si trova schiacciata tra il modello americano che «conta sul dominio tecnologico e scientifico, su un formidabile network di innovazione e finanza, energia a basso costo e vincoli ambientali sensibilmente più leggeri rispetto ai nostri», osserva Buzzella e «la Cina che è insieme mercato, fornitore e concorrente, purtroppo spesso sleale. Nel 2019 proveniva dalla Cina il 5% delle importazioni chimiche italiane, contro il 17% del 2025. In questo stesso lasso temporale le nostre esportazioni verso quel mercato sono aumentate del 20%, ma le importazioni sono cresciute del 410%». Del resto «tra il 2005 e il 2024 le imprese cinesi hanno beneficiato di forme di sostegno pubblico tra le tre e le otto volte superiori rispetto a quelle dei paesi dell’OCSE. Parliamo quindi di puro dumping strutturale, con il forte sostegno delle banche di stato cinesi», interpreta Buzzella.









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