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Home » Crisi dell’olio extravergine, perché l’Italia ha paura di innovare?
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Crisi dell’olio extravergine, perché l’Italia ha paura di innovare?

Sala StampaDi Sala StampaGennaio 21, 20262 min di lettura
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Crisi dell’olio extravergine, perché l’Italia ha paura di innovare?

L’olio d’oliva non è mai stato così buono, grazie a una tecnologia permette un’estrazione praticamente senza difetti, eppure l’Italia – culla oleicola e patria di oltre 530 cultivar, oltre che di una cinquantina di Ig – rischia di rimanere indietro. Non certo in termini di qualità, perché le eccellenze sono davvero straordinarie, ma la produzione è in contrazione tra difficoltà climatiche e scarsa propensione alla programmazione.

«Apripista nel passato, l’Italia sta arretrando pesantemente», osserva Luigi Caricato, direttore di Olio Officina Festival, think tank sull’oro verde che torna a Milano dal 22 al 24 gennaio. «Non piantiamo più olivi e abbandoniamo gli oliveti esistenti – chiosa infatti l’esperto – un paradosso enorme, se pensiamo che in Cina e Giappone, dove l’olivo non era conosciuto, stanno investendo massicciamente sullo sviluppo della produzione. A Olio Officina quest’anno ospitiamo pure un inglese che ha piantato 20mila olivi a Spalding. Insomma, tutti vogliono olivi nel mondo e noi freniamo».

Piano olivicolo in ritardo

È pur vero che la campagna 2025/26 ha visto un parziale riallineamento, con un incremento stimato del 21% rispetto all’annata precedente – circa 300mila tonnellate di olio rispetto al 2024/25, che non aveva raggiunto quota 250mila tonnellate (Osservatorio Veronafiere-SOL Expo su dati Sian). E le giacenze nazionali a fine 2025 segnavano un +38% su fine 2024 (report Masaf), con un traino del sud mentre centro e nord mostrano cali significativi.

Se dunque i numeri collocano ancora l’Italia al secondo posto tra i produttori mondiali (dietro la Spagna), per Caricato il varo di un Tavolo di filiera e l’annuncio del piano olivicolo da parte del Governo arrivano in ritardo. «La Spagna ha pianificato per decenni con lungimiranza – chiosa – mentre noi ci siamo seduti sugli allori, perché il piano olivicolo di cui si discute oggi (pur animato da buone intenzioni) doveva essere fatto 25 anni fa».

Come valorizzare la qualità

Rimane invece indiscussa la qualità, perché c’è più consapevolezza. «Oggi la tecnologia permette di ottenere grandi oli – precisa Caricato- superando i limiti di lavorazione del passato, che riducevano la vita del prodotto».

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