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Home » Dal grano al kiwi, le varietà agricole biotech sono pronte per arrivare nei campi (e sulle tavole)
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Dal grano al kiwi, le varietà agricole biotech sono pronte per arrivare nei campi (e sulle tavole)

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 9, 20263 min di lettura
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Dal grano al kiwi, le varietà agricole biotech sono pronte per arrivare nei campi (e sulle tavole)

Il ruolo della ricerca pubblica

In Italia il Crea, l’ente vigilato dal Masaf, resta il punto di riferimento per la ricerca scientifica sulle Tea attraverso il progetto denominato“Tea4It”, che ha lo scopo di sviluppare varietà resilienti alla crisi climatica e meno bisognose di acqua. La ricerca si concentra sul sequenziamento delle principali colture italiane, sviluppate mediante le tecniche di editing genomico e classificate come Ngt 1, per «identificare i geni chiave e progettare interventi sempre più precisi, ispirati ai processi naturali, garantendo standard elevati di sicurezza e trasparenza. Le nuove piante editate – spiega il Crea – saranno sottoposte a rigorose analisi genetiche e testate in campo per confermare la corrispondenza tra i risultati di laboratorio e le reali condizioni ambientali».

Agricoltori favorevoli

Dopo la battaglia vittoriosa contro gli Ogm oggi tutte le principali organizzazioni agricole sono favorevoli alle Tea.
«Le nuove biotecnologie, con un ampio spettro di impiego, possono rispondere a una serie di sfide, dalla resistenza alle patologie agli stress ambientali, di cui l’agricoltura soffre – sottolinea Stefano Masini, responsabile Ambiente di Coldiretti –. Le aziende sono chiamate a investire sull’innovazione e la sostenibilità delle produzioni ma scontano un lungo deficit normativo. La proposta in discussione risale infatti al 2023, in ritardo di cinque anni sulla sentenza del 2018 che già collocava le nuove tecniche di mutagenesi in una lunga tradizione di sicurezza, distinguendole dagli Ogm, perché lavorano sullo stesso dna della specie, accelerando un procedimento naturale».

Un argine alle multinazionali?

Sull’accessibilità dei brevetti, «il testo dovrebbe essere chiarito», commenta Masini. «Superata la richiesta iniziale di proibirli, c’è una formula soft che consente di depositarli ma con l’obbligo di cederne l’uso ai piccoli produttori, con valutazioni caso per caso». Una sorta di temperamento del monopolio per tener conto dell’utilità generale. Questo è importante per far sì che le Tea non siano appannaggio delle grandi multinazionali ma oggetto di ricerca pubblica, attraverso ampie licenze che consentano un uso partecipato.

«Il finanziamento pubblico – continua Masini – serve a escludere le multinazionali dal monopolio della ricerca e dall’omologazione. Non a caso la ricerca sulle Tea si sta facendo nelle Università, che stanno studiando le nostre varietà tradizionali inserendo le innovazioni genetiche più rapidamente di quanto avverrebbe in natura».

È questa la grande differenza con i “vecchi Ogm”, che nascono e muoiono sulle grandi commodity: soia, mais, colza, cotone e tabacco. «Il presupposto economico è completamente cambiato: gli Ogm erano lo specchio di un’agricoltura globalizzata dove il cibo viaggia come merce; qui passiamo da un pool di multinazionali che impongono a tutti lo stesso chicco di mais resistente al glifosato alla costruzione di un sistema di ricerca a vantaggio di un’agricoltura distintiva, che contrappone il modello legato ai rendimenti di scala con la tutela del valore delle filiere e la diversificazione delle produzioni a livello territoriale. Un’agricoltura come quella italiana – conclude Masini – non aveva nulla da guadagnare con gli Ogm ma da queste tecnologie può ricevere benefici economici e ambientali, con risultati potenzialmente immediati e la possibilità di recuperare un pezzo di sovranità del Made in Italy».

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