Il capitolo federalista della delega fiscale si risveglia dopo quasi 15 mesi di letargo. E approda oggi in Conferenza Unificata alla ricerca dell’intesa con Regioni, Province, Città metropolitane e Comuni: cioè con i diretti interessati al “nuovo” impianto del fisco federale.
Nuovo consiglio dei ministri
Per superare l’opposizione netta da parte di presidenti e sindaci che ha di fatto messo nel congelatore la riforma, il testo si presenta ora in forma riveduta e corretta rispetto a quella approvata dal consiglio dei ministri del 9 maggio 2025; al punto che il decreto legislativo è atteso domani per un nuovo passaggio in un consiglio dei ministri riunito ad hoc. Ma le previsioni della vigilia, a valle della riunione tecnica di ieri pomeriggio fra i rappresentati degli enti territoriali e i vertici di Affari regionali e ministero dell’Economia con la Ragioniera generale Daria Perrotta, non puntano verso l’accordo.
Questione di soldi
Oggetto del contendere, ovviamente, sono i soldi. Che, nell’architettura federalista, assumono la forma di compartecipazioni degli enti territoriali al gettito di tributi erariali. La prima versione del decreto ne assegnava la quota più consistente alle Regioni, trasformando in compartecipazione Irpef i 5,259 miliardi oggi trasferiti dallo Stato per il fondo nazionale del trasporto pubblico locale. Alle Province, il progetto prevede di assegnare una quota dell’imposta sui redditi pari all’addizionale Rc Auto (1,8 miliardi dal 2027, in crescita fino a 2,1 miliardi dal 2030). In pratica, questa Irpef nazionale assegnata agli enti territoriali sostituisce alcune loro entrate attuali, in un meccanismo a costo zero per il bilancio pubblico. Ma nei Comuni queste entrate da sostituire non ci sono, perché i sindaci non hanno più trasferimenti erariali: quindi, per loro, la compartecipazione Irpef non è prevista.
Il «no» di Regioni e Comuni
L’impianto, si diceva, è stato respinto seccamente da Regioni e Comuni. Le prime lamentano che la compartecipazione non è «dinamica», perché congela in valore assoluto la fetta di Irpef destinata ai territori disinteressandosi dell’aumento dell’imponibile nel tempo. I secondi lamentano addirittura il rischio concreto di perdere risorse: perché non sono destinatari di quote Irpef, ma vedono cristallizzare in capo alle Regioni il fondo per il trasporto pubblico locale che per una quota consistente (2,6 miliardi secondo i calcoli di Anci e Ifel) transita dai governatori ma finisce ai Comuni.
La nuova proposta
Il nuovo testo arricchisce il dare-avere fra Stato ed enti territoriali, senza però soddisfare le (costose) richieste avanzate dalle autonomie.
L’Irpef regionalizzata si estende alla quota non sanitaria della compartecipazione Iva per 424 milioni di euro all’anno, alle somme per l’erogazione gratuita dei libri di testo (110 milioni all’anno) e al fondo unico per il diritto allo studio (34 milioni annui). E aggiunge la promessa di una seconda tappa, prevedendo che entro l’ottobre 2028, quindi nella prossima legislatura, sarà disciplinato un «monitoraggio» in base al quale «al fine di tenere conto della dinamicità del gettito dell’Irpef potrà procedersi alla revisione delle aliquote di compartecipazione». Ma, messa in questi termini, l’aliquota di compartecipazione potrebbe anche scendere se l’imponibile cresce, per pareggiare i conti. Il tutto, infatti, andrà realizzato «nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica»; con una clausola ovvia quanto significativa, che pare chiudere gli spazi per coperture aggiuntive a carico dello Stato. La prospettiva offerta ai Comuni è ancora più generica, e guarda a un «Tavolo tecnico per la fiscalizzazione dei trasferimenti» che fin qui non si è riuscita ad attuare.










