Un libro scritto in prima persona. Da brianzolo – di Arcore – che adesso lavora e vive a Milano. Da lombardo – laureato in Economia e commercio alla università di Bergamo – che ha completato la sua formazione alla SDA della Bocconi e nella sede di Bruxelles della Boston University. “Anche i ricchi piangono. La crisi del modello Milano e delle Global Cities” (Baldini e Castoldi) è il volumetto – agile e divertente, né noiosamente professorale né inutilmente accusatorio – che ha scritto Giulio Centemero, commercialista e esponente della Lega, parlamentare e membro della Commissione finanze.
Centemero, che lo ha presentato in una sala affollata del Palazzo Sardagna al Festival dell’Economia di Trento, descrive i meccanismi di connessione intima fra le città globali, simbolo della globalizzazione che oggi è in profonda rimodulazione, ben esemplificata dal racconto del gruppo informale di amici interessati ai temi economici e imprenditoriali che, fra Milano e Londra, ha contribuito a fondare. Si legge nel libro: “È febbraio e il cielo è di ghisa a Milano. Ho appena accompagnato mio figlio a scuola e sono rientrato a casa per chiudere lo zaino. Sono soddisfatto. Il Sandwich Club, il cenacolino che i miei amici e io organizziamo ormai da qualche anno, sta per inaugurare il suo primo chapter estero: Londra. Esco di casa, faccio qualche pedalata e ripiego la bici per entrare nella stazione M4 di Santa Sofia. Casa-gate in venti minuti netti. Niente male. E poi si vola fino a Heathrow e alla Elizabeth Line. Da lì a Paddington (sì, come l’orsacchiotto) Station e poi in hotel. Il cielo è di ghisa anche oltremanica. Da casa fino all’hotel di Londra ci sono volute tre ore di viaggio: giusto giusto per tirare fino a un early lunch in un bistrot della zona”.
La realtà – seppur sottoposta agli scossoni di una globalizzazione ora modellata dalla silenziosa ascesa della Cina e ora traumatizzata dagli effetti delle guerre e delle crisi energetiche – è quella appunto di una connessione fra città globali occidentali che ha cambiato il loro volto tradizionale. Nelle persone, nei collegamenti, nelle vecchie ricchezze e nelle nuove criticità. A Milano, oggi, manca un codice comune. Lo sbandamento della città ha diverse origini insieme endogene ed esogene. Prima di tutto la impossibilità, per le persone del ceto medio, di abitare come una volta in questa città. “Londra – spiega Centemero – è riuscita a riportare nel centro il ceto medio. Lo stesso bisogna provare a fare a Milano. Il primo è quello abitativo. Servono misure economiche che permettano agli insegnanti e ai poliziotti, per dire chi ha poca disponibilità di spesa ma un ruolo sociale centrale, di tornare a vivere a Milano. Questo rimescolamento indurrebbe una naturale deflazione nei comportamenti economici. E, quindi, attiverebbe un meccanismo positivo anche sul livello generale dei prezzi che, oggi, è insostenibile”.
Milano è una città ricca che, da sempre, non fa fatica ad essere felice di esserlo. Ma ha appunto perso la sua dimensione di città popolare. Esiste un problema di scomparsa e di nascondimento – pure nelle pieghe della globalizzazione – dei figli e di nipoti e dei bisnipoti dei grandi industriali del Novecento che sono diventati ricchi a Milano e attraverso Milano. Ed esiste un tema di (mancata) comparsa dei nuovi ricchi della finanza e della tecnologia. I quali sono totalmente avulsi dall’idea di una restituzione alle loro comunità di quanto ricevuto. “I nuovi grandi imprenditori delle criptovalute e delle blockchain – nota Centemero – non hanno ancora sviluppato un atteggiamento di tipo politico civile. Ma è anche vero che, dal sistema italiano, vengono tenuti a distanza. Esiste una sorta di pregiudizio culturale e di iper rigidità regolatoria verso di loro. Diventa normale che siano ancor soggetti non pervenuti nella composizione del nuovo Dna di una città complessa come Milano”.
A Milano e all’Italia, dunque, serve una nuova visione organica. Per attrarre e generare ricchezza, ma anche per evitare spaccature verticali fra chi ha e chi, pur avendo, è a costante rischio di impoverimento percettivo e reale.










