Non è più la perdita di peso la notizia. È ciò che succede dopo. La traiettoria dei farmaci anti-obesità sta cambiando rapidamente e l’European Congress on Obesity (Eco26) di Istanbul ha reso evidente un passaggio di fase: dai risultati sul dimagrimento alla gestione cronica della malattia e delle sue complicanze. In questo scenario la competizione scientifica tra Eli Lilly e Novo Nordisk si sposta sempre più sul mantenimento del peso e sugli effetti sistemici dei trattamenti.
I due lavori cardine presentati al congresso, pubblicati su “The Lancet” e “Nature Medicine”, affrontano lo stesso problema da prospettive complementari: cosa accade quando la terapia viene continuata, modificata o interrotta.
Nel trial Surmount-Maintain, pubblicato su “The Lancet”, i pazienti trattati con tirzepatide che hanno proseguito il trattamento hanno mantenuto quasi integralmente la perdita di peso ottenuta nella fase iniziale, mentre la sospensione ha determinato un recupero significativo. I partecipanti che hanno continuato la terapia alla dose massima tollerata hanno conservato il 96,5% del peso perso, mentre chi è passato al placebo ha recuperato in media circa 13 chili in un anno. Anche la riduzione del dosaggio a 5 mg si è dimostrata più efficace dell’interruzione completa del trattamento. «Sospendere una terapia efficace nell’obesità significa perdere il beneficio clinico ottenuto -, ha spiegato Deborah Horn della McGovern Medical School di Houston -. È la conferma che l’obesità va trattata come una malattia cronica».
Il secondo studio, Attain-Maintain pubblicato su “Nature Medicine”, ha valutato il passaggio all’orforglipron orale sviluppato da Eli Lilly. I dati indicano che il mantenimento della perdita di peso resta in larga parte possibile anche dopo il cambio di formulazione: i pazienti provenienti da semaglutide hanno mantenuto circa il 79% del peso perso, mentre quelli inizialmente trattati con tirzepatide ne hanno conservato circa il 75%. «Per alcuni pazienti un lieve recupero di peso può essere clinicamente accettabile se una terapia orale migliora l’aderenza nel lungo periodo», ha osservato Louis Aronne del Weill Cornell Medicine di New York.
La questione della persistenza terapeutica non è secondaria neppure sul piano organizzativo ed economico. Una compressa quotidiana, senza necessità di iniezioni o catena del freddo, potrebbe ridurre costi logistici, semplificare la distribuzione e limitare gli abbandoni del trattamento. Ed è proprio sulla continuità terapeutica che si giocherà la prossima fase della partita dei Glp-1.









