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Home » Medici di famiglia dipendenti e nelle Case di comunità, pronto il decreto di Schillaci
Salute

Medici di famiglia dipendenti e nelle Case di comunità, pronto il decreto di Schillaci

Sala StampaDi Sala StampaAprile 23, 20263 min di lettura
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Medici di famiglia dipendenti e nelle Case di comunità, pronto il decreto di Schillaci

I medici di famiglia potranno restare convenzionati con il Ssn, anche se non più pagati in base al numero degli assistiti che seguono ma secondo obiettivi, compreso quello di lavorare obbligatoriamente un certo numero di ore nelle Case di comunità. Oppure potranno diventare “volontariamente” dipendenti del Servizio sanitario in modo da essere impiegati sul territorio in base alle esigenze, a partire proprio dalle Case di comunità che sono il “fulcro della riforma” che il ministro della Salute Orazio Schillaci ha appena presentato ai Governatori in una seduta straordinaria delle Regioni che hanno chiesto di vedere una bozza, ma non si dicono contrarie.

  L’idea è arrivare già nei prossimi giorni a un decreto legge, c’è anche il titolo ( “Disposizioni urgenti per il riordino dell’assistenza primaria territoriale e della medicina generale, al fine di garantire la piena operatività delle case della comunità”) perché non c’è più tempo da perdere: tra poco più di due mesi aprono le Case di comunità finanziate con 2 miliardi dal Pnrr, ma rischiano di aprire vuote. La riforma non è una una novità: ci provò infatti, senza successo, in coda alla pandemia il Governo di Mario Draghi con l’allora ministro della Salute Roberto Speranza, ma il tentativo finì nei cassetti proprio alla vigilia della caduta di quell’Esecutivo.

L’obiettivo è garantire l’operatività delle Case di comunità

Manca poco (la scadenza europea è il 30 giugno prossimo) all’apertura di oltre mille Case di comunità in tutta Italia, maxi ambulatori dove fare prime visite ed esami oltre a vaccinazioni, telemedicina e assistenza ai malati cronici. Ma oltre al rischio di non aprirle tutte la vera grande paura e di aprirle senza il personale dentro a partire proprio dai medici. Ecco perché il ministro Schillaci – dopo due anni sfibranti di discussioni con le Regioni su di una possibile riforma – ha deciso di non voler aspettare più. “Il decreto – si legge nella traccia delle linee guida del possibile decreto legge – nasce per garantire la piena operatività delle Case della Comunità. L’urgenza è legata alla necessità di rendere concreto e funzionante il nuovo modello di assistenza territoriale.

L’obiettivo non è solo organizzativo, ma di sistema: rafforzare l’assistenza primaria, la presa in carico e la continuità territoriale”. Per il ministero della Salute le Case della comunità sono il “fulcro della riforma” diventando il “luogo strutturale del nuovo assetto territoriale” e Il decreto dovrà infatti chiarire che l’attività al loro interno “non è più solo incentivata ma diventa componente stabile del modello organizzativo”

Il doppio canale: convenzione o dipendenza selezionata

Il decreto costruisce come detto un assetto a doppio canale: il canale ordinario con la convenzione attuale ma “riformata” e poi la possibilità di assumere i medici come dipendenti, un secondo canale con una “dipendenza selettiva” per le funzioni territoriali strutturate. Questo doppio canale secondo i tecnici del ministero dovrebbe consentire di mantenere la capillarità della medicina generale, introducendo “un presidio stabile dove servono funzioni più organizzate e continuative”: e cioè nelle Case di comunità appunto. La convenzione resterà comunque il modello ordinario in modo da “non abolire il rapporto di fiducia”, ma il medico convenzionato viene ridefinito, introducendo obblighi minimi e cambiando anche la modalità di remunerazione che oggi avviene per quota capitaria e cioè il numero di assistiti che segue il medico di famiglia ma in futuro dovrà essere a “obiettivo” (dalla presa in carico dei cronici alle ore trascorse in Casa di comunità).

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