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Home » Nel 2025 la spesa militare dell’Italia cresce del 20% ma è al di sotto del 2% del Pil
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Nel 2025 la spesa militare dell’Italia cresce del 20% ma è al di sotto del 2% del Pil

Sala StampaDi Sala StampaAprile 29, 20265 min di lettura
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Nel 2025 la spesa militare dell’Italia cresce del 20% ma è al di sotto del 2% del Pil

L’Italia è tra i primi 15 Paesi al mondo per spesa militare (al 12esimo posto), con un aumento significativo della spesa (+20% nel 2025 sul 2024) e un peso sul Pil in crescita, ma rimane sotto la soglia del 2% del prodotto interno lordo (1,9 per cento). A scattare la fotografia di questo aspetto è l’ultimo rapporto sulla spesa militare globale pubblicato lunedì 27 aprile dalla Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Dodici dei primi 15 paesi per spesa militare hanno aumentato i propri stanziamenti nel 2025, mentre solo Stati Uniti, Regno Unito e Israele hanno registrato una diminuzione. Gli Stati che si collocano nella parte bassa della classifica dei primi 15 hanno registrato alcuni dei maggiori aumenti percentuali su base annua all’interno di questo gruppo, con la Spagna (al 15° posto) che ha registrato l’incremento più consistente (più 50%). La spesa della Polonia (al 14° posto) è cresciuta del 23%, mentre l’Italia (al 12° posto) e l’Ucraina (al 7° posto) hanno aumentato la propria spesa militare del 20% ciascuna.

I nuovi obiettivi di spesa della Nato e le loro implicazioni

La spesa militare complessiva dei paesi membri dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (Nato) ha raggiunto i 1.581 miliardi di dollari nel 2025 e ha rappresentato il 55% della spesa militare mondiale. Nel giugno 2025 gli Stati membri della Nato hanno concordato di aumentare l’obiettivo di spesa militare dell’alleanza al 5,0% del prodotto interno lordo (Pil) entro il 2035, un aumento sostanziale rispetto al precedente obiettivo di raggiungere il 2% del Pil entro il 2024, concordato nel 2014. Di quel 5,0% del prodotto interno lordo – ricorda il rapporto -, almeno il 3,5% dovrebbe essere destinato alla spesa militare di base, mentre il restante 1,5% può essere destinato a quella che la Nato definisce «spesa relativa alla difesa e alla sicurezza». Secondo l’Alleanza Atlantica, ciò potrebbe includere la spesa per proteggere le infrastrutture critiche, per garantire la preparazione civile e la resilienza o per rafforzare la base industriale degli armamenti. Tuttavia, rilevano gli analisti di Sipri, la Nato ha finora fornito scarse indicazioni sui confini della categoria delle spese militari non essenziali, creando difficoltà per quanto riguarda la definizione e la rendicontazione delle spese militari, il che a sua volta solleva preoccupazioni a livello strategico.

Il rischio di «rendicontazioni incoerenti»

Il rapporto mette in evidenza che la «sfocatura dei confini tra le categorie delle spese militari essenziali e quelle correlate comporta il rischio di rendicontazioni incoerenti e di una ridotta trasparenza, limitando un efficace controllo pubblico. Potrebbe inoltre incentivare i membri della Nato a riclassificare attività non militari come militari per soddisfare obiettivi politicizzati, generando margini per una “contabilità creativa” e la militarizzazione di progetti civili, come il tentativo segnalato dall’Italia nel 2025 di includere i costi di costruzione di un ponte verso la Sicilia nelle proprie spese militari».

Nel 2025 notevoli divergenze tra i dati sulla spesa militare del Sipri e quelli della Nato

 La questione, viene chiarito dagli analisti del Stockholm International Peace Research Institute, è evidenziata dal fatto che «nel 2025 si sono registrate notevoli divergenze tra i dati sulla spesa militare del Sipri e quelli della Nato. Tuttavia, poiché la Nato non pubblica dati disaggregati né dettagli tecnici sui propri calcoli, la verifica indipendente di tali cifre sta diventando più difficile. Ad esempio, la Nato ha stimato la spesa militare del Canada nel 2025 a 5,0 miliardi di dollari Usa in più rispetto alla cifra del SIPRI, ma non ha reso pubblico l’ambito della spesa aggiuntiva. A livello strategico – osserva il Sipri – cifre relative alla spesa militare gonfiate o definite in modo incoerente possono travisare l’effettiva capacità militare dei membri della Nato e distorcere le valutazioni dell’equilibrio delle forze, influenzando potenzialmente la percezione delle minacce e lo sviluppo delle capacità sulla base di livelli di spesa che non riflettono accuratamente la capacità operativa».

La Germania guida il riarmo europeo

Secondo gli analisti del Sipri, «il principale fattore che ha contribuito all’aumento globale della spesa militare nel 2025 è stato un incremento del 14% in Europa, che ha raggiunto gli 864 miliardi di dollari. La spesa di Russia e Ucraina ha continuato a crescere nel quarto anno della guerra in Ucraina, mentre i continui sforzi di riarmo da parte dei membri europei della Nato hanno portato alla crescita annua della spesa più marcata nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda». Secondo la metodologia del Sipri, i 29 membri europei dell’Alleanza atlantica hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del prodotto interno lordo. La Germania è stata il paese con la maggiore spesa militare del gruppo, con un aumento del 24% su base annua, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. Per la prima volta dal 1990, la spesa militare tedesca ha superato la soglia del 2%, attestandosi al 2,3% del PIL nel 2025. Anche la spesa militare spagnola è aumentata del 50%, arrivando a 40,2 miliardi di dollari e superando per la prima volta dal 1994 la soglia del 2% del Pil.

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