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Home » Proteggendomi dal sole rischio carenze di vitamina D? Ecco quanto e come esporsi
Salute

Proteggendomi dal sole rischio carenze di vitamina D? Ecco quanto e come esporsi

Sala StampaDi Sala StampaLuglio 6, 20263 min di lettura
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Proteggendomi dal sole rischio carenze di vitamina D? Ecco quanto e come esporsi

Da qualche anno ormai si sta diffondendo una maggiore consapevolezza dei danni del sole, per cui ci si protegge molto più che nel secolo scorso, quando il mito della tintarella era alimentato da modelli estetici per fortuna oggi superati, che associavano l’abbronzatura a un elevato status socioeconomico. I più attenti alla salute, che applicano diligentemente i filtri solari, si coprono e inseguono l’ombra, sono tuttavia bersaglio di messaggi contraddittori: da un lato, le raccomandazioni finalizzate a ridurre il rischio di tumori della pelle; dall’altro, il sospetto che in questo modo ci si possa privare dei benefici derivanti dall’esposizione al sole, primo fra tutti, un adeguato livello di vitamina D.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Ma di quanta vitamina D abbiamo bisogno?

Questa preoccupazione è sensata, perché l’80-90% dell’apporto di vitamina D necessario all’organismo proviene dalla pelle, che la produce sotto l’azione dei raggi ultravioletti di tipo B (UVB). Gli stessi UVB, responsabili delle scottature solari, sono schermati da tutti i filtri contenuti in creme e lozioni solari, oltre che dai tessuti speciali usati per gli indumenti protettivi contraddistinti dalla sigla UPF (Ultraviolet Protection Factor).

Per produrre la quantità di vitamina D necessaria a una persona adulta, tuttavia, occorre una quantità minima di questi raggi. La maggior parte degli esperti ritiene quindi che, anche proteggendosi dal sole, alle nostre latitudini si riceva, nella vita quotidiana, una quantità di radiazioni più che sufficiente. In ogni caso, quando esiste il rischio di sviluppare una reale carenza – o questa viene documentata dal dosaggio di 1,25-diidrossivitamina D -, il rimedio non consiste mai in un’esposizione sconsiderata al sole, i cui svantaggi supererebbero i benefici, ma, se occorre, nell’uso di supplementi, come previsto per i bambini, le donne in gravidanza, gli anziani e le persone allettate o istituzionalizzate.

Cosa bisogna fare per non restare senza?

Una persona adulta e senza malattie croniche, che conduce uno stile di vita mediamente sano, sintetizza attraverso la pelle una quantità più che sufficiente di vitamina D, integrata almeno in parte da quella assunta con l’introduzione di cibi che ne sono naturalmente ricchi – come pesci grassi (salmone, sgombro, aringhe, tonno), tuorlo d’uovo, burro e formaggi – o ne sono fortificati durante la lavorazione, per esempio latte o cereali per la prima colazione.

Per quanto riguarda l’esposizione al sole, non esistono dati precisi su tempi e modalità per garantirsi un’esposizione sufficiente a produrre la vitamina D di cui si ha bisogno, ma in genere si ritiene che alle nostre latitudini bastino 10-20 minuti all’aperto nelle ore centrali della giornata, nemmeno tutti i giorni, a viso e mani scoperte. Anche uno schermo a fattore di protezione 50, come quelli che abitualmente vengono suggeriti, respinge il 98% dei raggi UVB. Quest’azione è sufficiente a proteggere la pelle, ma si ritiene possa lasciar passare una quantità di radiazioni sufficiente per catalizzare la produzione della vitamina D necessaria al benessere dell’organismo.

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