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Home » Reflusso gastroesofageo: quando serve l’intervento di chirurgia?
Notizia

Reflusso gastroesofageo: quando serve l’intervento di chirurgia?

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 26, 20264 min di lettura
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Reflusso gastroesofageo: quando serve l’intervento di chirurgia?

Colpisce il 15-20% degli adulti e può portare alla chirurgia. In questi casi Gruppo San Donato offre tecniche d’avanguardia con risoluzione nel 95-97% dei casi. Ne parliamo con il prof. Davide Bona di Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio.

La malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) è una delle condizioni cliniche a più alta incidenza nella popolazione adulta e una delle principali cause di accesso alle cure gastroenterologiche, ma è spesso sottovalutata.

Ne parliamo con il prof. Davide Bona, responsabile della Chirurgia generale dell’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio, che opera come centro di II° livello e polo multidisciplinare di riferimento nazionale per la diagnosi e il trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo, integrando le competenze di chirurghi e gastroenterologi per la gestione avanzata della malattia.

Malattia da reflusso gastroesofageo: cos’è?

Il reflusso gastroesofageo coinvolge oggi circa il 15–20% della popolazione italiana. Tuttavia, come chiarisce il prof. Bona, che è anche professore Associato all’Università degli Studi di Milano: “Per parlare di MRGE i sintomi devono:

• manifestarsi con una frequenza di almeno 2 volte a settimana;

• protrarsi fino a 1 anno.

È questa precisa soglia clinica a guidare lo specialista nella definizione di un percorso terapeutico strutturato e personalizzato.

«Presso l’Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio – sottolinea il medico – l’attività diagnostica è orientata a una diagnosi accurata dalla patologia, distinguendo il bruciore sporadico dalla malattia da reflusso conclamata».

Le cause anatomiche del reflusso 

Il reflusso gastroesofageo può avere cause anatomiche, con particolare attenzione all’ernia iatale. Il meccanismo di tenuta tra esofago e stomaco è regolato da uno sfintere che, in presenza di alterazioni anatomiche, perde la propria efficacia.

«In questi casi – prosegue il prof. Bona – viene a mancare l’angolo di His, fondamentale protezione naturale contro la risalita del contenuto gastrico».

Individuare l’ernia iatale come fattore scatenante permette ai chirurghi di intervenire direttamente sul problema.

Le complicanze del reflusso gastroesofageo

Se trascurato, il reflusso può evolvere in esofagiti, causate dall’infiammazione cronica. Nei casi più avanzati, la formazione di cicatrici fibrotiche può generare restringimenti esofagei, compromettendo la normale deglutizione.

«La complicanza più rilevante è l’esofago di Barrett, condizione che incrementa il rischio di adenocarcinoma. Una lunga esposizione non trattata è un fattore di rischio per lo sviluppo di un tumore», specifica il professore.

La prima cura: i farmaci 

L’iter di cura prevede all’inizio le terapie farmacologiche. Per sintomi sporadici, l’uso di farmaci da banco, antiacidi e alginati, permette di creare una barriera protettiva immediata. Gli inibitori di pompa protonica (gastroprotettori) sono invece utilizzati per ridurre la produzione acida e controllare i sintomi nella maggior parte dei pazienti.

Il prof. Bona precisa però un concetto fondamentale: «Se la causa è anatomica, il farmaco gestisce il sintomo, ma non risolve la patologia. Al Galeazzi-Sant’Ambrogio la priorità è la tempestività diagnostica: per questo scoraggiamo i rimedi autonomi a favore di percorsi specialistici assistiti».

Gli esami per la diagnosi

La gastroscopia rappresenta il primo step per valutare l’ernia iatale ed eventuali lesioni dell’esofago e dello stomaco. Nei casi selezionati, si ricorre a esami di secondo livello come la pH-impedenziometria e la manometria esofagea, utili anche per studiare la funzionalità dell’esofago prima di considerare l’opzione chirurgica.

Quando è indicato l’intervento chirurgico per il reflusso 

La chirurgia antireflusso è una soluzione definitiva rivolta a pazienti selezionati. I criteri di indicazione includono:

• inefficacia della terapia farmacologica nel controllo di sintomi e lesioni;

• pazienti giovani che desiderano evitare una dipendenza cronica dai farmaci;

• presenza di complicanze come esofagiti severe, fibrosi o esofago di Barrett;

• accertata presenza di cause anatomiche, quali l’ernia iatale;

• necessità documentata di utilizzo cronico di farmaci.

Gli interventi di chirurgia antireflusso disponibili 

L’Ospedale impiega diverse tecniche d’avanguardia, scelte in base alle caratteristiche del paziente. Le opzioni principali includono:

• fundoplicatio di Nissen (360°);

• fundoplicatio di Toupet (270°);

• refluxStop, soluzione indicata specificamente in caso di alterazioni della motilità esofagea.

«Gli interventi sono eseguiti con approccio laparoscopico o robotico, con un ricovero di 1-2 giorni e un recupero rapido», specifica il prof. Bona.

Il paziente può riprendere l’alimentazione già nelle prime settimane, con disturbi transitori in genere di rapida risoluzione.

La chirurgia antireflusso registra un’efficacia nel 95–97% dei casi, confermandosi come una procedura sicura all’interno di un percorso diagnostico completo e personalizzato.

Il Centro per il reflusso gastroesofageo del Galeazzi-Sant’Ambrogio

Il percorso diagnostico integrato offerto dall’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio prevede valutazioni multidisciplinari. Come polo di eccellenza per le patologie del tratto digestivo superiore, il prof. Davide Bona e la sua équipe definiscono per ogni paziente la strategia più appropriata, ricorrendo alla chirurgia solo quando strettamente necessario.

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