Dieci anni. É questa la condanna inflitta ai tre agenti dei servizi segreti egiziani accusati nel processo per la morte di Giulio Regeni: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif – per il quale la procura aveva chiesto l’ergastolo – e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto assolto. La corte d’assise di Roma ha fatto cadere l’accusa di omicidio che era contestata al capo A. I tre imputati condannati sono stati riconosciuti colpevoli dell’accusa di sequestro.
Dieci anni di depistaggi
Dalle promesse di piena collaborazione ai depistaggi, passando per richieste istruttorie rimaste senza risposta e documenti mai consegnati. Ad oltre dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, l’indagine della Procura di Roma fa emergere una sistematica attività di ostacolo, all’accertamento della verità da parte delle autorità egiziane. Fin dalle prime fasi dell’inchiesta, gli inquirenti italiani avevano indicato come prioritario ricostruire i fatti, individuare i responsabili delle torture e dell’omicidio del ricercatore friulano e assicurarli alla giustizia. Le risultanze investigative hanno però restituito un quadro opposto, caratterizzato da una collaborazione giudiziaria ritenuta solo apparente e finalizzata, secondo la Procura, più all’occultamento della verità che al suo accertamento.
Gli investigatori italiani inviati al Cairo nel 2016 operarono senza reali poteri di iniziativa. La loro presenza fu limitata a quella di osservatori, privi della possibilità di indirizzare le attività investigative o partecipare concretamente alle decisioni assunte dagli apparati locali. Le crescenti manifestazioni di sfiducia portarono Ros e Sco a chiudere l’esperienza investigativa congiunta il 23 marzo 2016.
Il giorno successivo la National Security annunciò di aver individuato e ucciso i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Regeni. Secondo la versione egiziana, il ricercatore sarebbe stato vittima di una banda criminale composta da cinque persone dedite a rapine e truffe ai danni di stranieri. Una ricostruzione che suscitò forti perplessità nella Procura di Roma e che le successive verifiche investigative avrebbero smentito. Tra gli elementi ritenuti decisivi, la localizzazione di una utenza telefonica attribuita al presunto capo della banda, risultata attiva la sera del 25 gennaio 2016 a circa cento chilometri dal Cairo. Quel gruppo criminale viene oggi indicato dagli inquirenti come il principale depistaggio messo in campo per allontanare l’attenzione dagli apparati di sicurezza egiziani.
Nei due anni successivi la cooperazione tra i due Paesi si tradusse in una lunga serie di incontri formali senza risultati investigativi concreti. Nel dicembre 2017 la Procura consegnò alle autorità egiziane un’informativa che già delineava le responsabilità di appartenenti alla National Security poi imputati nel processo. Anche quell’iniziativa rimase senza effetti e, il 4 dicembre 2018, la Procura capitolina iscrisse nel registro degli indagati cinque esponenti dei servizi di sicurezza egiziani.

