Era dicembre dello scorso anno quando i resti uno squalo capopiatto sono stati rinvenuti nei pressi di una banchina del porto di Ischia. A distanza di alcuni mesi, un gruppo di ricercatori della Stazione zoologica Anton Dohrn ha individuato nelle acque del golfo di Napoli una popolazione della stesse specie.
Una sorpresa non solo per i napoletani, ma per gli stessi studiosi. A raccontarlo è Simona Noè, autrice principale dello studio, in precedenza erano stati osservati soltanto pochi individui, ma come racconta la ricercatrice «non avevamo idea che ce ne fossero così tanti in un’area così piccola». Complici i banchi di coralli presenti sui fondali e che si trasformano in un rifugio per questi squali, biocostruzioni profonde localizzate tra le isole di Ischia e Capri.
Lo studio dei ricercatori
Per l’attività di ricerca – finanziata dal National Biodiversity Future Center – sono stati utilizzati sistemi video subacquei costruiti ad hoc e dotati di esche per attirare gli squali (in sicurezza). Lo studio è finito sulla rivista Ecology e per il responsabile del progetto, Trevor Willis, rappresenta un momento importante per venire a conoscenza delle capacità di questo squalo di cui al momento «sappiamo ancora molto poco».
A rassicurare la popolazione è l’autrice dello studio, Simona Noè, che aggiunge: «La presenza di un’aggregazione così numerosa di questi squali in prossimità di una grande area metropolitana è incoraggiante per l’ecosistema del golfo di Napoli».
Come si presenta la specie
L’anatomia robusta, la testa schiacciata e una piccola pinna dorsale che si distingue da quella che trancia in due la superficie delle acque presente nelle specie più grandi. È così che si presenta lo squalo capopiatto, uno dei numerosi appellativi con cui viene chiamato lo Hexanchus griseus. Gli altri nomi sono squalo cane toro, squalo vacca e squalo a sei branchie.










