L’assemblea della Camera nazionale della moda italiana si è conclusa con la conferma, con voto all’unanimità dei soci, di Carlo Capasa alla presidenza per il biennio 2026-2028 e con la presentazione di un Osservatorio nato dalla collaborazione con McKinsey. Due punti fermi importanti in un momento di cambiamento dell’industria della moda italiana e globale e di grande incertezza sociale e geopolitica, altrettanto globale.
Capasa è al suo settimo mandato e dal 2015, anno della sua prima elezione a presidente della Camera della moda, ha portato innumerevoli innovazioni su diversi fronti, dalla sostenibilità al sostegno dei giovani stilisti, passando per accordi con altre associazioni come Pitti Immagine e Altagamma. La sua è una visione di sistema, sempre e ancora pionieristica nel nostro Paese, non solo nella moda.
Nell’era dell’AI altrettanto importante diventa la raccolta e l’interpretazione dei dati, ruolo affidato appunto al neonato osservatorio, battezzato Il bello della moda. «Misurare il valore della moda significa riconoscerne il ruolo strategico per la competitività dell’Italia – ha sottolineato Gemma D’Auria, senior partner di McKinsey e responsabile globale della practice apparel, fashion & luxury –. L’Osservatorio nasce per evidenziare il contributo di un settore che crea occupazione, valorizza i territori, coinvolge l’intera filiera e rafforza l’attrattività economica, culturale e internazionale del Paese».
Molti gli spunti offerti ieri da D’Auria: il settore rappresenta circa il 5% della produzione industriale italiana e si fonda su una filiera produttiva diffusa in 47 province, che sostiene oltre 500mila occupati diretti e circa un milione di addetti considerando l’intera catena del valore. La moda si conferma inoltre uno dei principali fattori di attrattività internazionale dell’Italia: fino al 70% degli studenti delle principali scuole di moda italiane proviene dall’estero e quasi 7 visitatori su 10 indicano la moda tra le principali ragioni della scelta dell’Italia come destinazione di viaggio, anche grazie alla presenza di oltre 50 musei legati alla moda, ai quali si aggiungono più di 1.200 archivi e collezioni – in alcuni casi aperti al pubblico – che documentano la storia del tessile-moda. Solo la Francia ci supera nello shopping tax free, mentre al terzo posto c’è il Giappone.
Spingono a un cauto ottimismo – o almeno a una maggiore consapevolezza del valore della filiera – anche i dati sulla crescita delle operazioni M&A nel tessile-abbigliamento: i dati McKinsey indicano la moda con uno dei principali motori di attrazione di capitali internazionali e la dimensione media di operazioni finanziarie è cinque volte più alta rispetto alla media nazionale.











