Il piatto principale del menù del summit Nato, il 7 e l’8 luglio ad Ankara, è rappresentato delle spese da destinare alla difesa, in un contesto complessivo che vede il presidente degli Stati Uniti (e non da oggi) in pressing sugli alleati affinchè finanziano la propria difesa. Il ghiaccio, da questo punto di vista, è stato rotto in occasione del vertice Nato dell’Aia, che si è svolto il 24 e il 25 giugno dello scorso anno, poco più di un anno fa.
La decisione politicamente più rilevante, fortemente caldeggiata da Washington, è stata il superamento del vecchio tetto del 2%. I leader dell’Alleanza atlantica in quella occasione si sono impegnati a raggiungere una spesa complessiva per la difesa pari al 5% del Pil entro il 2035, divisa in due filoni: il 3,5% per la “Core Defence” (forze armate, acquisto di armamenti eccetera); l’1,5% per la “Soft Defence” (sicurezza delle infrastrutture critiche, protezione cibernetica e innovazione tecnologica).
L’Italia si presenta ad Ankara con il 2,8% del Pil da destinare alle spese per la difesa
Al vertice in Turchia la premier Giorgia Meloni si presenta con le spese della difesa al 2,8% del Pil, il che significa un aumento dello 0,71% garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza interna, secondo quell’approccio multidominio su cui Meloni insisterà. L’Italia si presenta dunque all’appuntamento con una spesa in salita, quasi il doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71% appunto).
Il Safe e la National Excape Clause del Patto di stabilità
Nella partita che l’Italia gioca sulle risorse da destinare alla difesa intervengono poi due variabili. Sono entrambe degli strumenti predisposti dall’Unione europea allo scopo di sostenere le spese per la difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, e quindi anche dell’Italia. La prima variabile è il Safe, il meccanismo di prestiti che assegnerebbe all’Italia fino a 14,9 miliardi in cinque anni. La seconda è la Nec, la National Excape Clause del Patto di stabilità, che secondo le regole concordate a Bruxelles aprirebbe un margine di bilancio fino all’1,5% del Pil (34,5 miliardi nel caso italiano ai valori attuali), e che il Governo ha ipotizzato a suo tempo di usare per un massimo di 11,5 miliardi (lo 0,5% del Pil). Nell’ottica filtrata in questi giorni (si veda Il Sole 24 ore del 5 luglio), l’Esecutivo ha intrecciato i due strumenti, subordinando l’attivazione dei prestiti Safe al via libera parlamentare alla clausola di salvaguardia, che dopo richiesta italiana vede convivere negli stessi spazi di bilancio anche una quota fino allo 0,6% del Pil (circa 14 miliardi) nel 2026-28 da dedicare a investimenti e misure strutturali contro la dipendenza energetica dai combustibili fossili.










