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Home » Case comunità senza medici e infermieri, così le Regioni provano a evitare il flop
Salute

Case comunità senza medici e infermieri, così le Regioni provano a evitare il flop

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 7, 20264 min di lettura
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Case comunità senza medici e infermieri, così le Regioni provano a evitare il flop

Le Case di comunità (CdC) finanziate con 2 miliardi dal Pnrr e nate per garantire visite, primi esami e prevenzione sono a rischio flop? Ministero e Regioni cercano soluzioni praticabili, ma il nodo è chiaro: senza personale molte sedi rischiano di restare sulla carta o di funzionare solo a metà, tra resistenze sindacali e contrasti politici. Il Pnrr prevedeva 1.350 Case della comunità, poi ridotte a 1.038 con la rimodulazione del 2023. La programmazione concordata con il ministero della Salute è però salita a 1.715 strutture; la quota extra-Pnrr dovrebbe essere coperta con fondi ex articolo 20 della legge 67/1988, fondi di coesione, Fondo opere indifferibili e risorse regionali o provinciali.

Le carenze di medici e infermieri nelle Case di comunità

L’ultima rilevazione Agenas, a meno di un mese dalla scadenza Pnrr del 30 giugno 2026, conta 781 CdC con almeno un servizio attivo. Ma solo 204 hanno presenza medica conforme al DM 77/2022 e 216 presenza infermieristica: da qui la stima di oltre 2.500 medici e quasi 7.000 infermieri a tempo pieno mancanti. Il rischio non è automaticamente perdere i fondi europei, perché molte strutture sono fuori dal Pnrr o finanziate con altri canali. Il rischio vero è sanitario e organizzativo: edifici aperti ma senza presa in carico effettiva, medici, infermieri, specialisti, PUA (punto unico di accesso), assistenza domiciliare e collegamento stabile con il territorio. Le Regioni cercano quindi margini di manovra. Le risposte cambiano, ma il punto resta lo stesso: la riuscita delle CdC dipende dal personale, non solo dai cantieri.

LA CARENZA DI PERSONALE NELLE CASE DI COMUNITÀ (CDC) *

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La corsa delle Regioni a trovare i medici

Dopo la proposta del ministro Schillaci di prevedere Mmg dipendenti dal Ssn nelle CdC, bocciata da sindacati e maggioranza di Governo, il Veneto ha rilanciato un’altra ipotesi: usare di più medici già dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ospedalieri e territoriali, compresi gli ambulatoriali delle Asl, per alcune attività nelle Case della comunità. Anche questa strada ha incontrato il no dei sindacati ospedalieri, per vincoli contrattuali e rischio di indebolire ospedali già sotto organico. L’idea, però, non è trasferire stabilmente i medici fuori dagli ospedali, ma consentire attività orarie nelle CdC, prestazioni specialistiche territoriali e più integrazione tra ospedale e territorio. La logica è semplice: se le assunzioni non arrivano in tempo, si prova a usare meglio professionisti già presenti nel sistema. Altre Regioni si muovono nella stessa direzione, con soluzioni più o meno mature e spesso ancora da verificare sul campo.

Le esperienze già avviate e le scelte delle Regioni

Emilia-Romagna e Toscana partono da una tradizione territoriale forte. La prima integra Mmg, pediatri, specialisti ambulatoriali e CdC in una rete multiprofessionale radicata. La seconda valorizza Case della salute, AFT, specialisti ambulatoriali e infermieri di famiglia: molti MMG restano convenzionati, ma lavorano in parte dentro le CdC. Veneto e Lombardia usano leve più organizzative. Il Veneto punta anche su telemedicina e specialisti da remoto. La Lombardia ragiona su AFT (aggreazioni funzionali territoriali), accordi della medicina generale, cooperative, professionisti esterni e privato accreditato: una piattaforma flessibile, ma con rischio di frammentazione. Il Friuli-Venezia Giulia lavora su continuità ospedale-territorio e infermieristica territoriale, con più ruolo degli infermieri nella gestione dei cronici e nel coordinamento con Mmg, specialisti e servizi sociali. Il Piemonte sperimenta équipe condivise tra distretti e specialisti su più CdC, per evitare personale fisso in ogni sede. Trento guarda a infermieri a competenze avanzate per follow-up, cronicità e, dove possibile, prescrizioni limitate, e dichiara raggiunti i target PNRR per Case e Ospedali di comunità. Bolzano ha programmato 10 CdC con aperture graduali, pur con il nodo del personale nelle aree periferiche e bilingui. Liguria, Lazio, Campania, Marche e Valle d’Aosta offrono esempi puntuali: telemonitoraggio e servizi infermieristici anche nelle farmacie; rete Asl Roma 2 con 22 CdC e 2 OdC (ospedali di comunità) completate; modello operativo campano recepito dalle Asl; Punti Salute e formazione IFeC (infernieri di famiglia e comunità) nelle Marche; ambulatori ad accesso diretto ad Aosta e Châtillon. Puglia e Sardegna puntano su infermieri di famiglia e modelli multi-presidio con telemedicina.

La tabella seguente sintetizza il quadro regionale al 1° giugno: alcune iniziative sono operative o comunque in stato avanzato, altre restano atti di indirizzo. La differenza la fa capire se dietro le sedi ci siano organici, turni, servizi e presa in carico.

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