La musica che «conta», quella che alla fine rimane, difficilmente nasce in Tv o negli uffici di marketing delle major. È qualcosa che viene dal basso: da piccoli locali di grande tradizione, venue suggestive dove l’attenzione del pubblico devi conquistartela con la qualità di quello che proponi. Benvenuti nell’Italia dei live club, un sistema che muove un giro d’affari da 24,8 milioni e in un anno intercetta qualcosa come 1,16 milioni di presenze, spalmate in 6.456 eventi. Dall’Alcatraz di Milano al Monk di Roma, dall’Estragon di Bologna all’Hiroshima Mon Amour di Torino, fino al Bloom di Mezzago. dove in un’altra epoca suonarono i Nirvana.
Dal servizio bar il maggior contributo al fatturato
Un mondo a lungo rimasto lontano dai riflettori, su cui fa ora luce lo studio Spazi che suonano – Atlante dei live club italiani, realizzato dalle associazioni di categoria KeepOn Live e Assomusica assieme ad Arci, la cui presentazione avrà luogo oggi alla Camera dei Deputati. Sul piano finanziario, dall’indagine che ha coinvolto i 118 maggiori live club italiani, emerge un dato significativo: le principali fonti di ricavo risiedono nelle attività commerciali. La somministrazione di cibo e bevande produce infatti 9,9 milioni, superando perfino la vendita dei biglietti che vale oltre 9,1 milioni. Seguono le quote associative, pari a 1,7 milioni, gli affitti delle sale per eventi (circa 1,4 milioni) e i finanziamenti pubblici che si fermano a poco più di 1,1 milioni di euro. Le sponsorizzazioni rappresentano una quota marginale, con appena 317mila euro di entrate.
Tra le voci d’uscita spicca la programmazione live
Come in tutte le attività economiche, ci sono le entrate ma anche le uscite: la spesa maggiore riguarda la programmazione culturale che assorbe circa 7,2 milioni. I costi del personale raggiungono invece 6,5 milioni, seguiti dalle spese relative a immobili e gestione degli spazi (3,5 milioni). Se guardiamo alla ragione sociale, la maggioranza delle strutture (65%) è costituita da associazioni, spesso e volentieri (74%) con la formula dell’Associazione di Promozione Sociale. Il livello di “formalizzazione” è elevato: il 97% delle realtà è iscritto a registri ufficiali e il 74% possiede una partita Iva. Le dimensioni restano comunque contenute: l’86% dei locali ha una capienza inferiore a 500 persone, la capienza media è di 388 spettatori, mentre quella mediana si limita a 150 posti.
Sul fronte occupazionale emerge un ecosistema complesso composto da lavoratori dipendenti, professionisti e volontari. I volontari sono il 53% delle persone coinvolte, ma coprono il 36% delle ore lavorate. I dipendenti, pur essendo il 21% della forza lavoro, garantiscono il 33% del lavoro complessivo. Il 58% delle collaborazioni riguarda persone sotto i 35 anni.
Torino la capitale dei live club
Dal punto di vista geografico, la ricerca conferma una forte concentrazione urbana: dei 118 club censiti, 74 si trovano nei capoluoghi di provincia e soltanto 44 operano nelle aree periferiche o non capoluogo. Torino guida la classifica con 12 live club censiti, seguita da Bologna con 11 e da Milano e Firenze con 8 strutture ciascuna.








