La notte della Repubblica non è finita con Tangentopoli. È rimasta nella politica italiana come un’ombra lunga e oggi abbiamo una democrazia in affanno davanti a economia, finanza e tecnologia. Al Festival dell’Economia di Trento, al Castello del Buonconsiglio, il panel “La notte della Repubblica, vecchi e nuovi protagonisti” ha riunito Luigi Bisignani, Tommaso Cerno, Fabrizio Palenzona e Massimo Ponzellini. A confronto avviato si è aggiunto l’ex premier Massimo D’Alema. Cerno ha posto la domanda di fondo: chi decide, oggi, se la politica ha smarrito la capacità di guidare i processi?
Palenzona ha riportato il confronto a Mani Pulite. «Nel ’93 non abbiamo eliminato la corruzione, abbiamo eliminato i partiti. È stata una scusa non per colpire la corruzione ma per colpire i partiti, e questo è stato un danno». Quei partiti erano scuole di formazione: sezioni, congressi, bilanci, comizi, maestri politici. Con la politica, ha ragionato Palenzona, si è perso anche il rispetto per le istituzioni. Il Paese si trovò senza ricambio proprio mentre arrivavano scelte decisive, a cominciare dall’euro. «L’euro è stato un salto nel buio che ci è costato carissimo: avevamo l’ambizione di stare insieme agli altri ma non abbiamo avuto una classe politica idonea a garantire un passaggio che non ammazzasse l’Italia, come poi è avvenuto». Perché «era venuta meno una classe dirigente preparata». Da qui la sua idea d’Europa: unirsi su difesa, politica estera e ricerca, valorizzando la diversificazione e costruendo un «nuovo umanesimo».
Ponzellini ha indicato la malattia del presente: governance che diventa paralisi, paura di decidere, controlli che spengono la responsabilità. Sull’intelligenza artificiale ha escluso illusioni: «Non possiamo essere quelli che inventano l’intelligenza artificiale ma dobbiamo seguire con attenzione il suo sviluppo: troveremo dei rami e delle nicchie in cui essere i migliori ma soprattutto potremo dettare quello che ora manca, cioè il legal framework, i principi morali, i campi di giurisdizione amministrativa». Perché «bisognerà regolamentare queste cose: ecco dove vedo il ruolo dei mondi democratici». Alla fine si è commosso: il congedo da una cultura pubblica fondata su preparazione e rispetto.
Bisignani ha portato il dibattito nella memoria andreottiana. «Parlare di Giulio Andreotti per me è sempre un’emozione», ha detto, ricordando quando Sergio Cusani gli annunciò la tempesta: «Guarda che qui andremo male, perché a Milano c’è un signore che sta sconvolgendo la politica. Si chiama Antonio Di Pietro». Anni dopo chiese ad Andreotti dove avesse sbagliato la Dc. La risposta fu netta: «Il grande guaio, per la Democrazia Cristiana, è stato rimanere un partito-museo. Eravamo troppo divisi in correnti, e le correnti erano diventate piccoli feudi che si combattevano tra loro». Davanti all’intelligenza artificiale, secondo Bisignani, Andreotti avrebbe chiamato a Palazzo Chigi professori da tutto il mondo «per chiedere quali guasti l’intelligenza artificiale può provocare per la nostra democrazia e per l’azione di governo». Oggi, invece, «quello che non si fa è capire i danni che questa rivoluzione può fare per il tessuto economico e sociale italiano».
Poi l’affondo: «Negli ultimi tre anni Palazzo Chigi è un fortino assediato, sempre piccolo, che non guarda avanti, non allarga lo spazio, ma si chiude sempre su se stesso». Se aprisse «un po’ le finestre» e richiamasse «le intelligenze più importanti del Paese», forse si potrebbe modernizzare ciò che l’Italia possiede e spesso non vede. Infine D’Alema ha spostato infine il campo sull’Occidente. «La Cina è più forte di noi. Non ha spezzato il rapporto tra politica e cultura e mantiene l’idea che la politica deve continuare a guidare i processi sociali». Da qui la conclusione: «O la democrazia diventa in grado di tornare a guidare i processi sociali, oppure i Paesi in cui la guida politica è stata difesa saranno più forti di noi».


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