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Home » Guerra in Iran, le previsioni di Confindustria non lasciano scampo: effetto pesante sul Pil
Economia

Guerra in Iran, le previsioni di Confindustria non lasciano scampo: effetto pesante sul Pil

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 25, 20264 min di lettura
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Guerra in Iran, le previsioni di Confindustria non lasciano scampo: effetto pesante sul Pil

L’impatto della guerra in Iran comporta un ritocco al ribasso al +0,5% del Pil atteso per il 2026 se tutto si risolve entro questi ultimi giorni di marzo.
Può portare alla stagnazione se il conflitto in Medio Oriente durerà fino a giugno con il blocco dello stretto di Hormuz ed i rischi per l’approvvigionamento di gas e petrolio. Nell’ipotesi estrema che questa “situazione grave” possa protrarsi per tutto il 2026 sarà recessione, con un Pil in calo dello 0,7%. Le previsioni economiche di primavera del centro studi di Confindustria sottolineano il clima di incertezza delineando tre diversi scenari legati all’incognita della durata della guerra.
Un quadro di difficoltà riconosciuto anche dal Mef nel documento sul programma di emissione dei titoli di stato secondo cui “Qualora il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi, gli effetti negativi sulla crescita potrebbero estendersi oltre il breve periodo, con un impatto più persistente sia sulle condizioni di approvvigionamento energetico sia sulla fiducia di imprese e consumatori”. Eventuali ritocchi nelle stime di crescita del Pil saranno presi in considerazione, rileva il ministero, nel documento di finanza pubblica di aprile.
In ogni caso, per gli esperti di Viale dell’Astronomia, servono “misure urgenti, soprattutto a livello europeo”, che siano “incisive e forti, per sostenere le imprese”, una “risposta veloce”, avverte il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che chiede “un atto di responsabilità” a tutta la politica: “Oggi come non mai serve una responsabilità condivisa di maggioranza e opposizione, lo chiediamo davvero con forza”. Lo riafferma la vicepresidente per il centro studi, Lucia Aleotti: Confindustria chiede “a maggioranza e opposizione di guardare, ad un tavolo insieme alle imprese, le operazioni necessarie per mantenere la sostenibilità delle supply chain, la competitività internazionale, la possibilità di mantenere all’interno del nostro Paese in maniera competitiva produzioni che possiamo continuare ad esportare in tutto il mondo”. E’ un quadro che “impone la preparazione immediata di misure italiane ed europee in grado di sostenere l’economia”, evidenziano gli industriali. Con il blocco dello stretto di Hormuz, e i rischi per la produzione nei Paesi del Golfo di gas e petrolio “rischiamo – avverte anche il direttore del centro studi di viale dell’Astronomia, Alessandro Fontana – una crisi energetica come non l’abbiamo avuta mai nella storia”.
Orsini guarda all’Europa: “Pensiamo a Eurobond, ad un debito pubblico comune, a ciò che è stato fatto durante il Covid, e ad avere un mercato unico europeo dell’energia”; mentre in Italia è necessario “mettere a terra velocemente iperammortamento, decreto bollette, piano casa, Zes: sono misure fondamentali per la crescita”.
Il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, intervenendo alla presentazione del rapporto garantisce l’impegno del governo e mostra fiducia: “Ce la faremo anche questa volta”.
Nello scenario peggiore, nell’analisi degli economisti di Confindustria la crescita in Italia è vista in recessione anche nel 2027, -0,1%; con quattro mesi di guerra il prossimo anno “la crescita rimarrebbe molto modesta, +0,1%”. Con uno stop al conflitto in Medio Oriente entro marzo, nel 2027 “l’economia italiana dovrebbe recuperare solo moderatamente, +0,6%” mentre la crescita dell’Eurozona è vista “in frenata al +1,1% nel 2026” con “una ripresa al +1,3% nel 2027”.
Se la guerra in Iran finisce entro pochi giorni il Brent è visto in media a 78 dollari nel 2026 (da 69 nel 2025) per poi scendere a 65 nel 2027; il gas a 41 euro/mwh in media nel 2026 (da 36 nel 2025) per tornare verso i 30 euro nel 2027; il prezzo di petrolio e gas, insieme, nel 2026, aumenterà del 12% rispetto al 2025 (+60% con il conflitto fino a giugno, “addirittura +133%” con il conflitto fino a fine anno. Con quattro mesi di guerra le imprese manifatturiere pagherebbero 7 miliardi in più di bolletta energetica, 21 miliardi in più se la guerra non si ferma entro l’anno. A catena l’impatto sull’inflazione che anche per lo scenario migliore “è prevista aumentare molto dai minimi di inizio anno, con un picco vicino al 3%”.
L’attenzione è anche sulle mosse della Bce: nello scenario migliore il CsC ipotizza un rialzo dei tassi dello 0,25 entro dicembre (di un punto con 4 mesi di guerra, di 2 punti con 10 mesi); Orsini avverte: “Non si può aggiungere un altro fardello”.

 

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