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Home » Ictus, scoperta la proteina “spia”: dirà quanto è grave e come evolverà, per cure e riabilitazione su misura
Salute

Ictus, scoperta la proteina “spia”: dirà quanto è grave e come evolverà, per cure e riabilitazione su misura

Sala StampaDi Sala StampaGennaio 23, 20264 min di lettura
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Ictus, scoperta la proteina “spia”: dirà quanto è grave e come evolverà, per cure e riabilitazione su misura

“Time is brain”. Il tempo è cervello. Quando non arriva sangue ai neuroni, questi muoiono. E per quanto si possa fare con la riabilitazione, ciò che conta è arrivare il prima possibile con le cure. Ricordata questa prima regola da tenere presente in caso di sintomi che possono far pensare ad un ictus, una volta in ospedale sono due le questioni principali da dirimere. La prima è quanto e come sia intenso il danno acuto, la seconda si lega al percorso di riabilitazione e al recupero successivo nel tempo. Insomma: oltre alla diagnostica per immagini, legata ad esempio alla TC o alla Risonanza Magnetica, c’è bisogno di un esame semplice e riproducibile che possa rispondere alle domande del paziente e dei familiari. Insomma, ci vorrebbe un esame del sangue. Ebbene, stando a quanto riporta una ricerca apparsa su Science Translational Medicine e coordinata dagli studiosi degli esperti dell’Ospedale Universitario LMU – Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera, pare che la proteina tau derivata dal cervello, o BD-tau, potrebbe diventare questa sorta di “spia” costante della situazione in caso di ictus ischemico, quello di gran lunga più frequente.

Informazioni preziose

La ricerca, coordinata da Steffen Tiedt, nel 2013 ha preso in esame la possibilità di sviluppare un esame del sangue affidabile in grado di monitorare costantemente la lesione cerebrale e rendere misurabili gli effetti del trattamento. Si è così giunti ad identificare la proteina tau derivata dal cervello (BD-tau) come biomarcatore promettente, visto che va a “prendere” la proteina tau originata dal sistema nervoso centrale. Nell’ambito dello studio questo parametro è stato valutato ripetutamente dal ricovero ospedaliero fino al settimo giorno e poi rimisurati in ulteriori ricerche, fino a raccogliere informazioni su più di 1.200 soggetti che hanno avuto un ictus. I risultati sono stati ulteriormente convalidati in due coorti multicentriche indipendenti, inclusa un’analisi basata sui biomarcatori nell’ambito di uno studio clinico di fase 3. In totale, sono stati inclusi nelle analisi i dati di oltre 1.200 pazienti con ictus. cosa è emerso? Sostanzialmente che i livelli nel sangue di BD-tau possono “disegnare” l’entità del danno cerebrale, sia immediatamente che nel tempo. In particolare, quanto rilevato precocemente, entro poche ore dalla comparsa dei sintomi, è risultato associato al danno effettivo ed alla definizione topografica della lesione definitiva al cervello.

Monitoraggio nel tempo e non solo

Le indicazioni offerte da BD-tau, in ogni caso, non si sono limitate all’immediato decorso del paziente dopo il fatto acuto. Grazie al test sulla proteina “spia” si è potuto disegnare una sorta di “percorso” dell’evoluzione del danno cerebrale nel tempo. Si è visto ad esempio che valori elevati di BD-tau nelle prime 24-48 ore si sono rapportati ad uno sviluppo della lesione, oltre che ad un possibile incremento del rischio di complicanze e di recidive. Non solo. Analizzando la BD-tau si è ottenuto un forte predittore di recupero, con una sorta di “previsione” affidabile a tre mesi dell’esito funzionale del paziente, ovviamente in confronto ad altri esami del sangue. Infine, con la BD-tau si sono potuti preconizzare i risultati delle cure, ad esempio dopo l’asportazione del trombo che ostruisce un vaso ed è la causa dell’ictus ischemico, ovvero dopo un trattamento di trombectomia. La BD-tau è aumentata meno quando il vaso è stato completamente riaperto. E ci sono le prime osservazioni che il test potrebbe servire anche per valutare l’azione neuroprotettiva di farmaci in studio. “Non abbiamo solo bisogno di un quadro sin dall’inizio di un ictus, ma di un modo per seguire il decorso della lesione cerebrale nel tempo – spiega Tiedt in una nota. La BD-tau potrebbe diventare una sorta di “troponina per il cervello” (la troponina è estremamente utile per monitorare la salute cardiaca, ndr.), un marcatore ematico oggettivo che rende misurabili la progressione e gli effetti del trattamento”.

Prospettive interessanti

“Questo studio, se confermato da altri, ha enormi implicazioni cliniche per il trattamento delle persone con ictus ischemico perché fornisce un biomarcatore facilmente utilizzabile per valutare la prognosi, monitorare il decorso della malattia e la risposta ai trattamenti, probabilmente anche quelli riabilitativi – è il commento di Antonio Uccelli, ordinario di neurologia all’Università di Genova, direttore scientifico dell’Irccs Azienda Ospedaliera Metropolitana Regione Liguria e del partenariato esteso nazionale di neuroscienze Mnesys. Il suo costo presumibilmente contenuto e la sua facilità d’applicazione, un semplice prelievo di sangue che può essere ripetuto più volte nei primi giorni dopo l’ictus, lo renderebbe utilizzabile comunemente nella pratica clinica con maggiore facilità, economicità e rapidità rispetto agli esami radiologici attualmente utilizzati”.

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