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Home » Invecchiare non è una malattia: un over 65 su due migliora le prestazioni cognitive e fisiche
Salute

Invecchiare non è una malattia: un over 65 su due migliora le prestazioni cognitive e fisiche

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 26, 20265 min di lettura
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Invecchiare non è una malattia: un over 65 su due migliora le prestazioni cognitive e fisiche

Se siete tra quelli che pensano, come Publio Terenzio Afro, che “senectus ipsa est morbus”, ovvero che la vecchiaia sia comunque una malattia destinata ad impattare negativamente sul benessere, dovrete ricredervi. Quasi per un over 65 su due, infatti, nella terza età migliorano le prestazioni fisiche e/ mentali, alla faccia del tempo che passa. Sia chiaro. La fontana dell’eterna giovinezza di Ponce de Leon non è dietro l’angolo. Non facciamoci illusioni. Ma se la scienza sta cercando di carpire i segreti alla natura per aiutarci a migliorare il nostro percorso di senescenza e di longevità in salute, non pensiamo che invecchiare significhi sempre e comunque declino. D’altro canto, anche tra gli 80 ed i 90 anni ci sono persone capaci di continuare a migliorare le proprie prestazioni intellettuali. Non solo: pensando Leone Tolstoj, che ha appreso ad andare in bicicletta a 64 anni, appare evidente che la percezione del tempo che passa e dei suoi impatti su mente, psiche e corpo dipende soprattutto da noi. Insomma: le capacità cognitive e fisiche (a volte anche assieme) possono infatti migliorare anche negli over-65. E di molto, tanto da assumere significato clinico. A metterlo nero su bianco è una ricerca condotta dagli esperti dell’Università di Yale, pubblicata su Geriatrics e coordinata da Becca R. Levy, docente di scienze sociali e comportamentali presso la Yale School of Public Health (YSPH). Oltre a dimostrare che molti anziani possono migliorare le prestazioni con l’avanzare dell’età, lo studio rivela anche un altro aspetto cui spesso non si pensa: sono le nostre convinzioni sulla senescenza, più che lo stesso processo d’invecchiamento, a guidare il percorso della longevità in salute. Ovvero: se ci “fissiamo” che stiamo perdendo colpi, li perderemo davvero.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Rovesciamo il paradigma

L’analisi ha preso in esame le informazioni relative ad oltre 11.000 partecipanti allo Health and Retirement Study, un’indagine sugli anziani negli USA che ha portato a seguire queste persone fino a 12 anni. Per misurare i cambiamenti nelle capacità mentali, i ricercatori hanno utilizzato una valutazione cognitiva globale. La funzione fisica è stata valutata attraverso la velocità di deambulazione, una misura spesso considerata dagli specialisti come indicatore basilare della salute generale visto che risulta strettamente correlata a disabilità, ospedalizzazione e mortalità. Per chi pensa ad un progressivo peggioramento, la smentita è netta. In totale, il 45% dei soggetti studiati ha mostrato un miglioramento in almeno una delle due aree esaminate (a volte in entrambe). Più o meno uno su tre (32%) ha messo in luce un progresso cognitivo, mentre il 28% ha mostrato un miglioramento fisico: spesso i passi avanti sono risultati clinicamente rilevanti. Non solo: conteggiando anche gli individui le cui capacità cognitive sono rimaste stabili anziché in declino, più della metà dei partecipanti ha evitato il deterioramento cognitivo, come a dire che “perdere colpi” sotto l’aspetto psiconeurologico non è una condanna senza appello. “La longevità in salute non dipende esclusivamente da fattori genetici o medici, ma anche dalla qualità del nostro atteggiamento mentale verso l’invecchiamento – commenta Dario Leosco, presidente SIGG (Società Italiana di Gerontologia e Geriatria) -. Coltivare resilienza, flessibilità cognitiva, senso di autoefficacia e aspettative positive può contribuire a costruire percorsi di senescenza più attivi, soddisfacenti e salutari. L’invecchiamento appare così non come una traiettoria uniforme di declino, ma come un processo aperto, nel quale le risorse psicologiche possono svolgere un ruolo determinante nel modellare gli esiti individuali”.

Convinzioni sbagliate

“Ciò che colpisce è che questi miglioramenti scompaiono quando si considerano solo le medie – è il commento di Levy in una nota dell’ateneo -. Se si fa una media generale, si osserva un declino. Ma quando si esaminano le traiettorie individuali, emerge una storia ben diversa. Una percentuale significativa dei partecipanti anziani che abbiamo studiato ha registrato un miglioramento”. Insomma: non cadiamo nella trappola di equiparare l’invecchiamento ad un inevitabile piano inclinato che porta alla progressiva perdita di capacità fisiche e cognitive. Migliorare le prestazioni, anche nella terza età, non è impossibile. Anzi accade più spesso di quanto non si pensi. Il motivo di questa visione negativa, secondo lo studio, sta nel mondo in cui si legge la senescenza. Dall’indagine emerge che chi nella terza età vive in chiave positiva il tempo che passa ha una probabilità significativamente maggiore di migliorare sia le prestazioni cognitive che la velocità di deambulazione, pur considerando età, genere, istruzione, eventuali cronicità e depressione. A fare la differenza, secondo la cosiddetta teoria dell’incarnazione degli stereotipi di Levy, è quindi il nostro modo di vedere le cose. La teoria segnala infatti che gli stereotipi legati all’età, assimilati dalla società attraverso fonti come i social media e la pubblicità, possano alla fine acquisire un significato personale e avere effetti biologici misurabili. D’altro canto chi si convince che sta andando verso una senescenza negativa tende ad avere a una memoria più debole, a una velocità di deambulazione inferiore, un aumento del rischio cardiovascolare ed anche dei biomarcatori legati alla malattia di Alzheimer.

Cosa deve cambiare

“Lo studio mostra una quota significativa di persone anziane non solo mantiene le proprie capacità cognitive e fisiche, ma può addirittura migliorarle – fa sapere Leosco -. Ciò contribuisce a superare una visione stereotipata della vecchiaia come fase inevitabilmente caratterizzata da perdita e declino. In questo quadro, la resilienza psicologica emerge come una risorsa fondamentale nell’orientare le traiettorie dell’invecchiamento”. La resilienza può essere definita come la capacità di adattarsi alle sfide, ai cambiamenti e alle perdite che accompagnano il corso della vita, mantenendo un senso di efficacia personale e di progettualità. Non significa negare le difficoltà dell’età avanzata, ma sviluppare la capacità di affrontarle senza identificarsi completamente con esse. Quindi ricordiamolo: la longevità in salute non dipende esclusivamente da fattori genetici o medici, ma anche dalla qualità del nostro atteggiamento mentale verso l’invecchiamento.

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