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Salute

Le antenne 5G aumentano il rischio di tumore al cervello? Cosa dice la scienza

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 8, 20263 min di lettura
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Le antenne 5G aumentano il rischio di tumore al cervello? Cosa dice la scienza

Ma non ha detto l’OMS stesso che le onde radio sono “possibilmente cancerogene”?

È vero, ma questa classificazione merita una spiegazione. Nel 2011, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha inserito i campi elettromagnetici a onde radio nel Gruppo 2B, definendoli “possibilmente cancerogeni”. Questa categoria non significa che ci sia una prova di danno: indica che le prove disponibili erano limitate e non sufficienti per escludere completamente un rischio. Si tratta di una categoria che comprende oltre 300 agenti diversi, per i quali le evidenze scientifiche sono considerate possibili ma non conclusive, ben distinta da quelle riservate agli agenti per cui il rischio è accertato.

Da allora la ricerca è progredita enormemente. Nel settembre 2024, una grande revisione sistematica commissionata dall’OMS – condotta dall’Agenzia australiana per la protezione dalle radiazioni (ARPANSA) – ha analizzato oltre 5.000 studi, selezionandone 63 tra i più rigorosi pubblicati tra il 1994 e il 2022. Il risultato: l’uso dei telefoni cellulari non è associato a un aumento del rischio di tumore al cervello, alle meningi, al nervo acustico, all’ipofisi o alle ghiandole salivari, né nell’adulto né nel bambino. A supporto di questa conclusione, uno studio condotto da ricercatori dell’IARC stesso su dati dei registri tumori di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia dal 1979 al 2016 ha rilevato che, nonostante l’esplosione nell’uso dei telefoni cellulari dagli anni Novanta in poi, i tassi di glioma nella popolazione maschile tra i 40 e i 69 anni non hanno mostrato alcun aumento riconducibile a questa tecnologia.

Va detto che la revisione OMS del 2024 ha ricevuto critiche metodologiche da un gruppo di ricercatori indipendenti, raccolte in una lettera pubblicata sulla stessa rivista, i quali sostengono che l’analisi non tenga adeguatamente conto delle esposizioni più elevate e dei tempi che intercorrono tra l’esposizione e l’eventuale comparsa di un tumore. Queste critiche rappresentano una posizione minoritaria rispetto al consenso delle principali istituzioni sanitarie internazionali, ma il dibattito scientifico è ancora in corso, e per questo le istituzioni promuovono ulteriori studi di sorveglianza a lungo termine.

In Italia c’è qualcuno che controlla che le antenne rispettino i limiti di sicurezza?

Sì. La Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni Non Ionizzanti (ICNIRP), riconosciuta dall’OMS, ha aggiornato nel marzo 2020 le proprie linee guida includendo esplicitamente le frequenze usate dal 5G, e ha confermato che i limiti vigenti proteggono la popolazione da tutti gli effetti noti. In Italia, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri dell’8 luglio 2003, aggiornato dall’art. 10 della Legge 214 del 30 dicembre 2023, stabilisce un valore di attenzione di 15 volt per metro per le aree dove le persone stazionano per molte ore al giorno, come le abitazioni. Anche questo limite rimane più cautelativo rispetto agli standard internazionali, e già prima dell’installazione di ogni antenna le agenzie regionali per la protezione ambientale (ARPA) sono tenute per legge a verificare che il progetto rispetti questi valori.

La ricerca va avanti: studi come il progetto europeo GOLIAT stanno monitorando specificamente l’esposizione al 5G, soprattutto nelle fasce più giovani della popolazione. Per il momento, le evidenze disponibili non mostrano motivi di allarme, ma la cautela scientifica impone di continuare a osservare nel tempo.

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