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Home » Medici di famiglia in Casa di comunità: ecco chi dovrà andarci e per fare cosa
Salute

Medici di famiglia in Casa di comunità: ecco chi dovrà andarci e per fare cosa

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 24, 20264 min di lettura
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Medici di famiglia in Casa di comunità: ecco chi dovrà andarci e per fare cosa

Il nuovo Accordo Collettivo Nazionale per l’attuazione dell’investimento 1.1 “Case della Comunità e presa in carico della persona” e parte del PNRR, segna un cambiamento significativo per loro e per il sistema sanitario territoriale italiano. L’obiettivo principale è rafforzare la rete di assistenza primaria, migliorando la presa in carico dei pazienti e garantendo una maggiore accessibilità alle cure. Nel dettaglio dell’accordo, i medici di medicina generale del ruolo unico di assistenza primaria operano all’interno delle Case della Comunità (CdC), strutture che rappresentano il fulcro della nuova organizzazione sanitaria territoriale. Questi medici, che possono essere titolari di incarico a tempo determinato o indeterminato, svolgeranno attività assistenziale a prestazione oraria, seguendo le indicazioni dell’Azienda sanitaria locale (ASL) di appartenenza.

Per quali medici scatta l’obbligo e con quali orari

La novità principale rispetto al passato è che, in assenza di accordi regionali specifici – che restano comunque validi, soprattutto se sono maggiormente remunerativi – l’obbligo di lavorare nelle CdC diventa vincolante per i medici che non abbiano completato il loro impegno settimanale, sia per quanto riguarda le ore da garantire nell’ambulatorio sia per i servizi da erogare nel distretto. In precedenza, la presenza nelle CdC era meno strutturata e dipendeva più che altro da accordi locali. I medici già incaricati a tempo indeterminato a ciclo di scelta, che non abbiano accettato di completare il loro impegno settimanale, sono obbligati a svolgere fino a sei ore settimanali nelle Case della Comunità. Queste ore devono essere distribuite dal lunedì al venerdì, tra le 8:00 e le 20:00, presso le sedi indicate dall’ASL. L’Azienda sanitaria ha il compito di individuare il fabbisogno orario necessario per garantire l’operatività delle CdC e di ripartire il fabbisogno residuo tra i medici operanti nel territorio di competenza. Questo rappresenta un cambiamento rispetto al passato, in cui la distribuzione del lavoro nelle CdC era meno regolamentata e spesso dipendeva da accordi regionali o locali.

Le nuove Case di comunità a rischio flop

Cosa faranno nelle Case di comunità

Un altro aspetto nuovo dell’accordo riguarda l’organizzazione del lavoro. I medici possono concordare tra loro una diversa articolazione delle ore assegnate, purché venga garantita una presenza continuativa di almeno tre ore presso la CdC. Un turno che dovrebbe consentire al medico di svolgere tutti quei compiti che “tradizionalmente” sono suo appannaggio. In particolare nelle Case di comunità il medico di medicina generale lavora in modo integrato con infermieri, specialisti, assistenti sociali e altri professionisti e individua i pazienti fragili e cronici, predispone e aggiorna i piani assistenziali, coordina il percorso di cura, monitora l’aderenza alle terapie. Tutto continuando – come.nel suo studio – a svolgere visite mediche, prescrizioni di farmaci, richieste di esami e visite specialistiche, certificazioni, controlli periodici anche per evitare ricoveri impropri Tuttavia, è obbligatorio fornire una comunicazione preventiva al Distretto, indicando gli orari e i medici che svolgeranno il servizio. Questo sistema ha come obiettivo quello di garantire una copertura costante e coordinata, migliorando l’efficienza delle strutture e la qualità dell’assistenza.

I compensi e gli obblighi per le Asl

Per quanto riguarda i compensi, il nuovo accordo stabilisce che i medici ricevano un compenso onnicomprensivo di 38,72 euro per ogni ora di attività svolta nelle CdC. Questo importo include un contributo assicurativo pari allo 0,72%, calcolato sulla quota A del compenso (la quota capitaria nazionale). A differenza del passato, in cui i compensi potevano variare in base agli accordi regionali, l’ACN stabilisce che le tariffe siano definite esclusivamente dalla contrattazione nazionale. Tuttavia, le Regioni possono prevedere integrazioni economiche per funzioni specifiche, lasciando spazio a una certa flessibilità.

L’accordo introduce anche obblighi per le ASL, che devono garantire una corretta pianificazione delle attività nelle CdC, individuando il fabbisogno orario e allocando il personale in modo da assicurare una copertura adeguata. Inoltre, le ASL devono collaborare con i referenti delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) per organizzare il lavoro dei medici e garantire la continuità assistenziale.

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