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Home » «Prima le fabbriche»: il modello Friuli a 50 anni dal terremoto
Economia

«Prima le fabbriche»: il modello Friuli a 50 anni dal terremoto

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 6, 20263 min di lettura
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«Prima le fabbriche»: il modello Friuli a 50 anni dal terremoto

Paolo Fantoni aveva 18 anni: ricorda bene la notte del sisma, i rumori delle case crollate, la distruzione della fabbrica di Gemona: «Solo più tardi abbiamo saputo che era crollata anche quella di Osoppo, dove lavoravano 350 persone. Il giorno dopo mio padre e alcuni operai erano già in azienda, per ricostruire. L’8 maggio abbiamo dato comunicazione che gli stipendi del mese erano a disposizione,come segnale di fiducia. Due roulotte facevano le veci rispettivamente della direzione e dell’ufficio del personale».

La ricostruzione

Lo stabilimento di Osoppo è stato sostituito da uno nuovo, già in costruzione all’epoca del sisma: il sito distrutto ha completato la riconversione a metà degli anni Ottanta e oggi ospita la produzione di pannelli per il gruppo, che è arrivato a 1.100 addetti, di cui 700 proprio a Osoppo. La scelta fondamentale «fu quella di sistemare la popolazione in tendopoli per evitare l’emigrazione di massa e tenere le persone vicine alle fabbriche», ricordano oggi gli imprenditori simbolo delle aziende ripartite dalle macerie.

Cinquant’anni dopo, il Friuli ricorda il terremoto, che il 6 maggio 1976 colpì la regione devastando un’area di 5.700 chilometri quadrati, interessando 137 comuni e circa 600mila abitanti. Nell’area epicentrale crollarono o furono irrimediabilmente danneggiate circa 17mila abitazioni, causando 989 morti, oltre 3mila feriti e 100mila senza tetto. Furono colpite 279 aziende industriali, di cui 166 associate all’Associazione degli industriali friulana, con oltre 10mila dipendenti. Circa il 40% del sistema produttivo udinese si fermò.

6 maggio 1976, il terremoto in Friuli

Photogallery8 foto

Prima le fabbriche

Fra le realtà colpite grandi aziende come la Snaidero di Majano e la Pittini di Osoppo. «Il Friuli dimostrò che, mettendo al primo posto la ripresa economica e produttiva, si ricostruisce non solo il tessuto materiale, ma anche quello sociale», sottolinea Luigino Pozzo, presidente di Confindustria Udine. In prima fila allora l’Associazione degli Industriali della Provincia di Udine – oggi Confindustria Udine – con un ruolo centrale svolto dal sistema imprenditoriale nella rinascita del territorio che «quella notte perse tutto, ma non la determinazione. Gli imprenditori non si arresero: riaprirono le fabbriche anche in locali di fortuna, mantennero i posti di lavoro e posero le basi per una ricostruzione che divenne modello nazionale. Una ricostruzione ‘oltre la dimensione dell’esistente’ mutuando una frase di Andrea Pittini», ricorda Pozzo.

«È intorno alle fabbriche che bisogna ricostruire, ma prima dobbiamo farle sopravvivere fornendole di uomini e mezzi», fu il principio guida espresso allora dal presidente dell’Associazione Rinaldo Bertoli e che divenne il pilastro del “Modello Friuli”. Con le presidenze, successive, di Rinaldo Bertoli, Gianni Cogolo e Andrea Pittini l’associazione svolse un ruolo forte, a sostegno delle imprese del territorio: aprì tre giorni dopo la scossa una sottoscrizione che raccolse oltre 3,5 miliardi di lire, destinati a prefabbricati, alloggi per lavoratori e strutture di emergenza. Promosse soluzioni concrete come l’occupazione provvisoria, la lavorazione in conto terzi e accordi con banche e sindacati. Grazie all’impegno di Confindustria nazionale, con la visita del presidente di allora, Gianni Agnelli, furono chiesti e ottenuti prestiti a tasso zero e interventi rapidi. Le imprese edili associate diedero vita al Consorzio Corif, che divenne interlocutore unico per la realizzazione delle infrastrutture.

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