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Home » Alzheimer e decadimento cognitivo, ecco l’allenamento di sei settimane che riduce il rischio negli over-65
Salute

Alzheimer e decadimento cognitivo, ecco l’allenamento di sei settimane che riduce il rischio negli over-65

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 12, 20265 min di lettura
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Alzheimer e decadimento cognitivo, ecco l’allenamento di sei settimane che riduce il rischio negli over-65

Volete provare a ridurre il rischio di andare incontro a decadimento cognitivo e malattia di Alzheimer? Mettetevi davanti al PC o allo smartphone. E guardate quanto siete “veloci” di fronte agli stimoli complessi. Come se fosse un’abitudine, quasi un esercizio senza sforzo ma dai risultati sempre migliori in termini di tempi di reazione, e a comandare sia l’inconscio. Con una regola generale: non è mai troppo tardi per “gareggiare” con sé stessi. La scienza lo ricorda. E dice soprattutto che per chi ha superato i 65 anni, un programma di “training” da cinque a sei settimane che mira a portare al meglio la velocità di elaborazione, che aiuta le persone a trovare rapidamente informazioni visive sullo schermo di un computer e a gestire compiti sempre più complessi in un periodo di tempo sempre più breve consentirebbe di ridurre le probabilità di incontrare quadri di demenza nei vent’anni successivi.

Come fare? occorre puntare su un programma personalizzato di training cognitivo che adatti giorno dopo giorno il “gaming” nei propri confronti con test che aumentano il livello di prestazione nel tempo. A consigliare questa strategia sono i risultati a vent’anni dello studio Advanced Cognitive Training for Independent and Vital Elderly (ACTIVE), primo ed unico a valutare gli effetti di questa modalità di preparazione sulla comparsa di demenza di varia origine. Gli ultimi esiti della ricerca, sostenuta dai National Institutes of Health (NIH) degli USA e coordinata da Marilyn Albert, responsabile dell’Alzheimer’s Disease Research Center presso la Johns Hopkins Medicine, sono stati pubblicati su Alzheimer’s & Dementia: Translational Research and Clinical Interventions.

Studio ultraventennale

L’indagine ha preso in esame 2.802 adulti fin dal 1998-99 per valutare i benefici a lungo termine di tre diverse modalità di training cognitivo – memoria, ragionamento e velocità di elaborazione – rispetto a un gruppo di controllo che non ha ricevuto alcun allenamento. Nei tre gruppi di allenamento, i partecipanti hanno ricevuto fino a 10 sessioni di 60-75 minuti di allenamento cognitivo, in cinque-sei settimane. Non solo: per metà dei partecipanti, sempre seguendo uno schema casuale, si sono aggiunte quattro sessioni di “richiamo” 11 e 35 mesi dopo il ciclo iniziale. Analizzando i dati assicurativi relativi al 72% dei pazienti nel tempo (tra il 1999 e il 2019), gli esperti hanno scoperto che 105 dei 264 (40%) partecipanti nel gruppo di allenamento di velocità con richiamo hanno ricevuto una diagnosi di demenza, con un calo del 25% rispetto a 239 dei 491 (49%) adulti nel braccio di controllo, senza alcuna preparazione specifica.

Il valore dell’allenamento di velocità

Va detto che sul fronte degli interventi mirati al ragionamento e alla memoria non si sono avuti gli stessi esiti statisticamente significativi, e questo rimane un aspetto da comprendere. Come mai? Proprio su questo aspetto si è concentrata l’attenzione degli esperti. La grande differenza sta nel fatto che il programma di velocità proposto è individualizzato, con gestione mirata nel tempo. In pratica si è sempre adattato il livello di “game” alla risposta individuale di ciascun partecipante quel giorno. Le persone che erano più veloci all’inizio passavano rapidamente a sfide più impegnative e rapide, mentre quelle che avevano bisogno di più tempo iniziavano a livelli più lenti. I programmi di memoria e ragionamento invece non sono stati adattivi: tutti nel gruppo imparavano le stesse strategie. Inoltre, l’allenamento di velocità stimola l’apprendimento implicito (più simile a un’abitudine inconscia o a un’abilità), mentre l’allenamento della memoria e l’allenamento del ragionamento stimolano l’apprendimento esplicito (più simile all’apprendimento di fatti e strategie). Questo conta, visto che l’apprendimento implicito funziona in modo molto diverso nel cervello rispetto all’apprendimento esplicito.

Prospettive per la sanità e per il singolo

“Lo studio estende clinicamente le osservazioni del trial ACTIVE pubblicato nel 2002 – spiega Vincenzo Andreone, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Neurologia e Stroke Unit dell’AORN “Antonio Cardarelli” di Napoli – mostrando che un training adattivo della velocità di elaborazione può ridurre, nel lungo periodo, il rischio di diagnosi di demenza”. Il programma si basa su un test computerizzato chiamato UFOV (Useful Field of View), che misura quanto rapidamente una persona riesce a elaborare informazioni visive sotto pressione attentiva. Sullo schermo compare inizialmente uno stimolo centrale da identificare; poi si aggiunge un elemento periferico; infine entrano in scena distrattori che aumentano la complessità del compito. Il sistema riduce progressivamente il tempo di esposizione, espresso in millisecondi, adattandosi alla capacità del soggetto. Più la risposta è rapida e accurata, maggiore è l’efficienza cognitiva. “Non si tratta semplicemente di “fare un test”, ma di un vero allenamento ripetuto nel tempo, costruito per stimolare attenzione e rapidità di processamento – ribadisce l’esperto. Ed è proprio questo training, soprattutto se rinforzato con sessioni successive, ad aver mostrato una riduzione significativa del rischio di diagnosi di demenza nei vent’anni successivi rispetto al gruppo di controllo. Il punto centrale è che intervenire sull’efficienza della risposta cognitiva nella terza età può avere effetti duraturi. Non parliamo di una cura miracolosa, ma di un possibile ritardo della manifestazione clinica della malattia, e questo in sanità pubblica può fare una differenza enorme”.

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