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Alzheimer e demenza, per proteggere la mente funziona anche la sedentarietà “attiva”

Alzheimer e demenza, per proteggere la mente funziona anche la sedentarietà “attiva”

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Salute

Alzheimer e demenza, per proteggere la mente funziona anche la sedentarietà “attiva”

Sala StampaDi Sala StampaAprile 12, 20264 min di lettura
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Alzheimer e demenza, per proteggere la mente funziona anche la sedentarietà “attiva”

Si fa presto a dire sedentario. O meglio: muoversi regolarmente è sicuramente un viatico per il benessere a tutte le età, a patto ovviamente che gli sforzi non siano eccessivi e siano commisurati alle condizioni psicofisiche del soggetto. Ma non dovremmo fare l’errore di considerare come “non sedentario” solamente chi indossa la tuta e cammina, o magari inforca la bici o nuota in piscina. Perché esisterebbero due tipi di sedentarietà, in base all’atteggiamento del cervello e della mente: insomma, bisogna vincere la pigrizia del pensiero. Questa sì che crea un profilo di rischio diverso (in negativo) anche in termini di probabilità di sviluppare decadimento cognitivo e malattia di Alzheimer.

A segnalare quanto e come mantenere la mente attiva sia fondamentale anche se le membra non sono perfettamente allenate è una ricerca che distingue tra sedentarietà passiva e sedentarietà mentalmente attiva in relazione alla demenza. Lo studio permette di rilevare che gli adulti che si dedicano a comportamenti sedentari mentalmente passivi per periodi prolungati, magari rimanendo supinamente e senza riflettere a guardare la TV o passando ore sul divano presentano un rischio maggiore di sviluppare un decadimento cognitivo. Non solo: se si sostituisce la passività con l’impegno mentale, pur senza movimenti fisici particolarmente significativi, il rischio per il decadimento cognitivo cala.

Un’indagine unica

La ricerca è apparsa sull’American Journal of Preventive Medicine ed è stata coordinata da Mats Hallgren, del Dipartimento di Scienze della Salute Pubblica del Karolinska Institutet, in Svezia, e del Dipartimento Baker-Deakin di Stile di Vita e Diabete, Istituto per l’Attività Fisica e la Nutrizione (IPAN) della Deakin University, in Australia. Si tratta della prima analisi mirata a distinguere tra sedentarietà passiva e mentalmente attiva ponendole in relazione con il decadimento cognitivo. L’indagine può quindi offrire spunti utili per le linee guida di salute pubblica e le strategie preventive, soprattutto considerando che la popolazione sta invecchiando e la demenza è la terza causa di mortalità e la settima causa di disabilità tra gli anziani in tutto il mondo. In particolare, la ricerca ha preso in esame i dati di uno studio longitudinale condotto su 20.811 adulti di età compresa tra 35 e 64 anni, seguiti per 19 anni (1997-2016). L’indagine iniziale includeva domande sui comportamenti sedentari, sull’attività fisica e su altri comportamenti associati alla demenza. L’insorgenza di demenza è stata identificata collegando i dati dell’indagine del 1997 con il Registro Nazionale dei Pazienti svedese e il Registro Svedese delle Cause di Morte.

L’importanza di “attivarsi”

L’analisi dei dati fa apparire chiaramente come i comportamenti sedentari mentalmente attivi risultino associati a un ridotto rischio di sviluppare demenza negli adulti di mezza età e anziani. Non solo: favorendo un aumento del tempo trascorso in comportamenti sedentari mentalmente attivi si è osservata un’associazione con una significativa riduzione del rischio di demenza, mantenendo invariati i livelli di comportamento sedentario passivo e di attività fisica leggera e moderata-intensa. Infine, anche la sostituzione del tempo trascorso in comportamenti sedentari mentalmente passivi con un equivalente tempo trascorso in comportamenti sedentari mentalmente attivi è risultata associata a una riduzione del rischio di sviluppare demenza. L’ipotesi di lavoro, quindi, è semplice. “La sedentarietà è un fattore di rischio onnipresente ma modificabile per molte patologie, tra cui la demenza – fa sapere l’esperta -. Il nostro studio aggiunge l’osservazione che non tutti i comportamenti sedentari sono equivalenti; alcuni possono aumentare il rischio di demenza, mentre altri possono essere protettivi. È importante rimanere fisicamente attivi con l’avanzare dell’età, ma anche mentalmente attivi, soprattutto quando si è seduti”.

Sedentarietà, depressione e attività

La tendenza a non svolgere alcuna attività è sempre più diffusa, con un impatto sulla psiche e sul fisico delle persone, oltre che sulla qualità della vita di molti adulti e dei caregiver. Per questo occorre analizzare i fattori di rischio potenzialmente in gioco. Se fino a qualche tempo fa c’era la tendenza a considerare tutti i comportamenti sedentari come associati a un rischio maggiore di sviluppare demenza, studi recenti hanno dimostrato che i comportamenti sedentari mentalmente passivi (come guardare la TV) aumentano il rischio di depressione, mentre i comportamenti sedentari mentalmente attivi (come leggere e lavorare in ufficio) sembrano avere un effetto protettivo. Di certo c’è che molti di noi trascorrono molte ore al giorno seduti, con un rischio più elevato di patologie metaboliche e cardiovascolari. Per il decadimento cognitivo, tuttavia, questo studio apre uno spazio di prevenzione di grande interesse. Utilizzando diversi modelli statistici, i ricercatori hanno infatti esaminato le associazioni tra la sostituzione (statistica) di comportamenti sedentari passivi e mentalmente attivi e la demenza. “Il disegno dello studio prospettico ci ha permesso di stabilire la direzione di queste relazioni e di non di stabilire un rapporto di causalità – fa sapere l’esperta -. Sono necessari studi controllati per confermare questi importanti risultati dello studio osservazionale”.

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