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Salute

Ecco i tre algoritmi che possono prevedere lo scompenso cardiaco

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 16, 20264 min di lettura
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Ecco i tre algoritmi che possono prevedere lo scompenso cardiaco

Prevedere con anticipo chi rischia di sviluppare scompenso cardiaco e intervenire prima che la malattia si manifesti. È l’obiettivo di tre nuovi modelli predittivi messi a punto da una collaborazione internazionale di ricercatori coordinata anche da Human Technopole di Milano. I risultati degli studi sono stati pubblicati sulla rivista scientifica European Heart Journal. Le ricerche offrono strumenti inediti per stimare il rischio di scompenso cardiaco in persone con profili clinici diversi: dai soggetti senza precedenti problemi cardiaci, a chi ha già avuto infarti o ictus, fino ai pazienti con forme avanzate della malattia.

Prevedere il rischio individuale

Lo scompenso cardiaco è oggi una delle patologie cardiovascolari più diffuse e in crescita. Secondo le stime più recenti riguarda oltre 60 milioni di persone nel mondo e circa 800mila in Italia, con 80mila nuovi casi ogni anno. L’invecchiamento della popolazione, insieme alla diffusione di diabete e obesità e alla maggiore sopravvivenza dopo infarti e ictus, contribuisce ad aumentarne l’incidenza. In questo contesto la possibilità di prevedere il rischio individuale diventa uno strumento cruciale per la prevenzione e per una migliore programmazione delle cure. I tre nuovi modelli si basano su algoritmi statistici avanzati che analizzano grandi quantità di dati clinici raccolti in studi internazionali e utilizzano informazioni facilmente disponibili nella pratica medica quotidiana, come età, pressione arteriosa, presenza di diabete o funzionalità renale.

Le ricerche dello Human technopole

«Lo scompenso cardiaco può iniziare molto prima dei sintomi e presentarsi in modi diversi a seconda della storia clinica di ciascun individuo -, spiega Emanuele Di Angelantonio, direttore del Centro di Health Data Science di Human Technopole e tra i coordinatori scientifici delle ricerche -. Con questi tre modelli forniamo strumenti basati su dati solidi e applicabili lungo l’intero arco della malattia, dalla prevenzione alle forme più avanzate». Le ricerche fanno parte del Flagship Research Programme di Human Technopole dedicato alle malattie cardiovascolari e metaboliche, che punta a comprendere i fattori genetici, ambientali e legati allo stile di vita alla base di queste patologie. «Questi studi dimostrano come l’analisi avanzata dei dati clinici possa trasformare grandi raccolte di informazioni in strumenti concreti per la medicina e la salute pubblica -, osserva Marino Zerial, direttore di Human Technopole -. L’obiettivo è sviluppare nuovi approcci alla prevenzione e alla medicina personalizzata».

Come funzionano i tre algoritmi

I tre algoritmi sono pensati per rispondere a diverse fasi del percorso clinico. Il primo, chiamato Score2-HF, riguarda le persone sopra i 40 anni che non hanno mai avuto malattie cardiovascolari. Basato su dati di oltre 600mila individui provenienti da 14 Paesi europei e validato su più di 1,3 milioni di persone, consente di stimare la probabilità di sviluppare scompenso cardiaco nei successivi 10 o 30 anni. Il modello si integra con gli strumenti già utilizzati per valutare il rischio di infarto e ictus nella popolazione generale. Il secondo modello, Smart2-HF, è rivolto invece ai pazienti che hanno già avuto eventi cardiovascolari come infarto o ictus ma non hanno ancora sviluppato scompenso cardiaco. Costruito su quasi 8mila pazienti e validato su oltre 240mila casi provenienti da diverse coorti internazionali, permette di stimare sia il rischio a dieci anni sia quello lungo l’arco della vita. Il terzo modello, Life-Preserved, è dedicato ai pazienti che soffrono di scompenso cardiaco a frazione di eiezione preservata, una forma della malattia in cui il cuore si contrae normalmente ma è troppo rigido per riempirsi adeguatamente di sangue. Basato su dati di oltre 20mila pazienti e validato su più di 28mila casi aggiuntivi, aiuta a prevedere ricoveri e mortalità cardiovascolare, offrendo ai medici un supporto nelle decisioni terapeutiche.

L’obiettivo finale è rendere questi strumenti sempre più integrati nella pratica clinica quotidiana, per individuare precocemente i pazienti più vulnerabili e intervenire con strategie terapeutiche più mirate.

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