Il Disturbo da gioco d’azzardo (DGA), definito nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5, 2013) come una dipendenza comportamentale, rappresenta oggi una questione di rilievo clinico e di salute pubblica. Anche nel contesto italiano, il fenomeno assume dimensioni significative e richiede un approccio che sappia tenere insieme prevenzione, riconoscimento precoce e strumenti di supporto adeguati.
I dati disponibili confermano la necessità di una lettura non marginale del problema. Secondo il Rapporto ISTISAN 19/28 dell’Istituto superiore di sanità, pubblicato nel 2019 su dati raccolti nel 2017, il 36,4% della popolazione adulta italiana, pari a circa 18,4 milioni di persone, ha dichiarato di aver praticato gioco d’azzardo con vincita in denaro almeno una volta nei 12 mesi precedenti. Si tratta di un dato che descrive la diffusione del comportamento di gioco nella popolazione generale, e non la prevalenza del disturbo. Tuttavia, una quota più limitata ma clinicamente rilevante presenta caratteristiche di problematicità: il 3% secondo i dati Iss riferiti al 2018 e il 4% secondo lo studio Ipsad richiamato nel 2023 sulla popolazione tra 18 e 84 anni. Anche in questo caso, si tratta di stime riferite a comportamenti problematici o a rischio, non automaticamente sovrapponibili a una diagnosi conclamata di DGA.
La disfunzione dei sistemi motivazionali
Dal punto di vista neurobiologico, il DGA può essere letto come l’esito di una disfunzione integrata di diversi sistemi motivazionali, affettivi e cognitivi. In molti soggetti si osserva una iperattivazione del sistema di minaccia, associata a stati di allerta, ansia e stress cronico, accompagnata da una difficoltà nell’accesso a sistemi interni di sicurezza e regolazione. In questa cornice, il comportamento di gioco può assumere una funzione compensatoria, diventando un tentativo disfunzionale di modulare tensione interna, vuoto emotivo o disregolazione.
Parallelamente, il sistema dopaminergico della ricompensa può andare incontro a una sensibilizzazione progressiva agli stimoli tipici del gioco d’azzardo, soprattutto in presenza di rinforzi intermittenti e imprevedibili. È proprio questa dinamica, ben nota nella clinica delle dipendenze, a favorire il passaggio da un comportamento inizialmente episodico a una condotta ripetitiva, sempre meno libera e sempre più automatizzata.
Un ulteriore elemento centrale nella psicopatologia del DGA è rappresentato dalle distorsioni neurocognitive. Tra queste rientrano l’illusione di controllo, i bias interpretativi relativi alle vincite, la minimizzazione delle perdite, la selezione mnestica degli episodi favorevoli e un’alterata percezione temporale e quantitativa del comportamento di gioco. Tali processi non sono aspetti accessori, ma meccanismi di mantenimento del disturbo: riducono la capacità del soggetto di rappresentarsi in modo realistico le conseguenze economiche, relazionali e psicologiche del proprio comportamento e ostacolano l’attivazione di una domanda di aiuto tempestiva.








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