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Home » Legge elettorale, Meloni tira dritto e allontana la crisi. Fari puntati sulla tenuta dei gruppi
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Legge elettorale, Meloni tira dritto e allontana la crisi. Fari puntati sulla tenuta dei gruppi

Sala StampaDi Sala StampaLuglio 16, 20263 min di lettura
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Legge elettorale, Meloni tira dritto e allontana la crisi. Fari puntati sulla tenuta dei gruppi

«Un Governo responsabile non cade su una questione come la legge elettorale». È questo il ritornello che risuona a Palazzo Chigi all’indomani della bocciatura dell’emendamento sulle preferenze caro a Giorgia Meloni. La rabbia della premier non è diminuita, ma sull’apertura di una crisi viene azionato il freno a mano. Oggi l’obiettivo è incassare la riforma alla Camera per rivendicare il principio guida della stabilità e il tentativo di scongiurare «la palude», per citare il termine usato da Meloni. Il resto delle decisioni è invece rimandato: dalla ripresentazione al Senato delle preferenze da parte di Fdi e Noi Moderati all’eventuale voto anticipato prima della scadenza naturale della legislatura nell’autunno del 2027.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La sponda con Vannacci

Con i suoi la presidente del Consiglio soppesa simulazioni e sondaggi. Ascolta anche chi, dentro Fdi, consiglia di far saltare subito il banco per non consentire al campo largo ancora privo di leader e programma di organizzarsi e per non far crescere ancora le truppe e i consensi del generale Vannacci, il cui emendamento sulle preferenze ieri è stato votato anche da Fdi e Nm, ma non da Fi e Lega. Un’altra spaccatura nella coalizione che ha alimentato le voci di una corrispondenza d’amorosi sensi tra Fdi e Futuro nazionale. Avvalorata dall’attacco vannacciano ai «badogliani del centrodestra» così simile alla «vergogna» di chi «vigliaccamente, anche nel centrodestra, per tenersi la poltrona non vuole dichiarare quello che vota» espressa dal ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida.

Le resistenze dei parlamentari al voto prima di aprile

Ma Meloni sa bene che una grossa fetta di parlamentari è ostile all’idea di mandare il Paese alle urne prima di aprile, quando gli eletti matureranno la pensione. La maggior parte di quelli di prima nomina (in tutto 184 su 400 alla Camera, 81 su 200 al Senato) milita proprio nelle file di Fdi. Sul calendario, dunque, restano cerchiate in rosso le date di maggio e giugno 2027.

Più tempo per il vertice tra i leader

Nel day after si getta acqua sul fuoco su eventuali rese dei conti con gli alleati tanto che, nonostante i contatti intercorsi anche ieri con Antonio Tajani e Matteo Salvini, nessun vertice tra i leader è in programma nelle prossime ore. I veleni si sprecano. «Quale riflessione è possibile se i problemi sono interni a Forza Italia e Lega?», riflette un ministro di Fdi. «Quali soluzioni possono essere trovate se ci sono due vicepremier dimezzati che non controllano i partiti?», mormorano i meloniani. Perché, anche se i franchi tiratori nel centrodestra sembrerebbero almeno 50 (e non 30), di cui da sei a dieci in Fdi, i sospetti si dirigono innanzitutto in casa d’altri: verso i fedelissimi di Marina Berlusconi e i leghisti che mai hanno amato la riforma nel suo complesso.

I timori per la tenuta dei gruppi

La tenuta dei gruppi è la principale preoccupazione. Fa gioco, in questo quadro, ributtare la palla nel campo avversario (ribattezzato «camposanto» da Vannacci). Arianna Meloni pubblica l’istantanea del Pd in festa tra i banchi di Montecitorio: «Non dimenticate mai questa foto. La sinistra che esulta come se avesse vinto i Mondiali dopo aver bocciato la proposta di Giorgia Meloni di restituire agli italiani il diritto di scegliere chi mandare in Parlamento. Sono vergognosi». Parole che riflettono il sentimento della premier.

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