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Home » Long Covid, paziente trattato con successo grazie a terapia con anticorpi: “Spenta l’infiammazione”
Salute

Long Covid, paziente trattato con successo grazie a terapia con anticorpi: “Spenta l’infiammazione”

Sala StampaDi Sala StampaAprile 1, 20264 min di lettura
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Long Covid, paziente trattato con successo grazie a terapia con anticorpi: “Spenta l’infiammazione”

Una terapia con anticorpi ha ripristinato il corretto funzionamento del sistema immunitario di un paziente adulto con Long Covid severo dimostrandosi così efficace per il trattamento di questa condizione.

Il caso, frutto di uno studio congiunto tra l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, è stato pubblicato su The Lancet Infectious Diseases e suggerisce un possibile approccio terapeutico per sottogruppi selezionati di pazienti, da confermare in studi clinici controllati.

Long Covid

Il Long Covid è una condizione caratterizzata dalla persistenza o dalla nuova insorgenza di sintomi che possono durare per mesi dopo l’infezione acuta da SARS-CoV-2 e, a oggi, non esiste una terapia riconosciuta per tale sindrome. 

Sintomi

Tra le manifestazioni più frequenti figurano la fatigue (stanchezza intensa), difficoltà cognitive, cefalea, insonnia, disturbi autonomici (condizione in cui il sistema nervoso autonomo non regola correttamente le funzioni involontarie), intolleranza allo sforzo, dispnea, disestesie (disturbi della sensibilità per cui i vari stimoli suscitano reazioni diverse dal normale).

Lo studio

Lo studio condotto dai due Irccs romani ha analizzato il profilo clinico, neuro-cognitivo, immunologico e infiammatorio di un paziente di 39 anni, precedentemente sano e atletico che, dopo due infezioni da SARS-CoV-2, ha sviluppato una forma grave e persistente di Long Covid.  Il paziente presentava da alcuni mesi “fatigue” (grave stanchezza) invalidante, nebbia cognitiva (un senso di stanchezza mentale persistente che rende chi ne è affetto molto meno lucido ed efficiente del normale), disturbi di memoria e concentrazione, insonnia e sintomi di disfunzione autonomica, con un impatto rilevante sulla vita personale e professionale.

Nessuna delle terapie utilizzate prima aveva prodotto benefici duraturi. L’equipe dello Spallanzani, costituita da Marta Camici e da Andrea Antinori, del Dipartimento Clinico di Ricerca Malattie Infettive, avendo riscontrato la presenza nel sangue del paziente di autoanticorpi circolanti che interferivano con importanti funzioni vitali, tra cui la comunicazione nervosa e il tono dei vasi sanguigni, ha prescritto il trattamento con immunoglobuline per via endovenosa ad alte dosi per tre cicli con cadenza mensile. Le immunoglobuline sono anticorpi purificati di derivazione umana utilizzati da anni in diverse patologie autoimmuni e infiammatorie per modulare la risposta immunitaria. Durante il trattamento, il paziente è stato anche sottoposto a misurazione della performance neuropsicologica e a una stimolazione neuro-cognitiva ad opera di Giulia Del Duca neuropsicologa del Dipartimento Clinico di Ricerca Malattie Infettive dello Spallanzani.

Il miglioramento è stato molto rapido: già dopo il primo ciclo si è registrata una netta riduzione della “fatigue” e della nebbia cognitiva. Nei mesi successivi i sintomi si sono progressivamente normalizzati. A un anno dall’inizio della terapia, il paziente aveva recuperato le funzioni cognitive, era tornato al lavoro e aveva ripreso l’attività sportiva non agonistica, con una qualità di vita sovrapponibile al periodo pre-Covid.

Nel corso dello studio, i ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù hanno osservato una modifica di specifici parametri immunologici, tra cui la riduzione del titolo degli autoanticorpi diretti contro i recettori del sistema nervoso autonomo, dei marcatori infiammatori e degli indicatori di attivazione della coagulazione. L’efficacia della terapia è risultata associata alla scomparsa di un’interazione anomala tra linfociti T e monociti, potenzialmente responsabile del mantenimento di uno stato infiammatorio cronico.

“Questi risultati suggeriscono che, in un sottogruppo di pazienti, il Long COVID potrebbe essere sostenuto da una persistente disregolazione del sistema immunitario, non necessariamente legata alla presenza del virus nell’organismo” spiega Marta Camici, ricercatrice e primo nome dello studio. “Le immunoglobuline non rappresentano una terapia per tutti, ma potrebbero avere un ruolo in pazienti selezionati, identificabili attraverso i biomarcatori trovati nello studio”.

“Il Long Covid colpisce anche i più giovani, e le immunoglobuline sono un farmaco già utilizzato in ambito pediatrico per altre patologie: questo apre la possibilità di estendere in futuro questo approccio anche ai pazienti pediatrici” aggiunge Eva Piano Mortari (Unità di ricerca Linfociti B guidata da Rita Carsetti) ricercatrice e altra prima autrice dello studio, che insieme a Chiara Agrati (responsabile Unità di ricerca Immunità patogeno-specifica) e a Giusi Prencipe (Unità di ricerca Immuno-Reumatologia) dell’Ospedale Bambino Gesù hanno identificato il complesso immunologico anomalo associato alla risposta alla terapia.

Entrambe le ricercatrici spiegano che “pur trattandosi di un singolo caso clinico, i risultati sono estremamente incoraggianti e fornisce indicazioni importanti per la progettazione di futuri trial clinici controllati. L’obiettivo dei prossimi studi sarà identificare quali pazienti possano beneficiare maggiormente di questo approccio, confermare l’utilità degli autoanticorpi contro i neurotrasmettitori per la diagnosi di Long COVID e comprendere meglio i meccanismi biologici alla base della risposta al trattamento”.

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