Equilibrio e diplomazia. Soprattutto, nessuna voglia di rincorrere le provocazioni di Washington. Nel giorno dei nuovi attacchi di Donald Trump a Papa Leone XIV e in vista della visita a Roma del segretario di Stato Usa Marco Rubio, atteso venerdì a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni sceglie di non commentare. Se ne incaricano invece i vice che oggi in mattinata riunirà attorno allo stesso tavolo per definire la linea da tenere nella «visita di cortesia» di Rubio, ma anche per provare a chiudere il cerchio delle nomine in Consob e Antitrust e decidere i prossimi passi del Governo, dopo il varo del decreto Lavoro e del piano casa. Con lo sguardo fisso sulle emergenze economiche e sull’energia, alla luce del monito arrivato dal Fondo monetario internazionale.
Il disgelo difficile
La strada di una ricucitura con gli Stati Uniti appare in salita. Gli affondi contro il Pontefice «non sono né accettabili né utili alla causa della pace», dice l’azzurro Antonio Tajani. «Non servono a nulla», taglia corto il leghista Matteo Salvini. Che però si incarica di tenere aperto il ponte verso gli Usa: «Sono convinto che siamo e rimarremo amici, a prescindere da questo o quel malinteso, da questo o quel presidente».
Lo sguardo fisso al conflitto
Una linea, quella della minimizzazione, che dovrà vedersela con i fatti: occorre capire la portata reale della minaccia del ritiro dei soldati Usa da Italia, Germania e Spagna, a cui dopo Meloni anche i leghisti, per bocca del capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, si sono detti contrari. E, soprattutto, l’Italia ha bisogno di comprendere se la tregua fragile con l’Iran reggerà. Una questione vitale per l’economia italiana e per la posizione verso l’Ue.
Fari accesi su Hormuz
«La libertà di navigazione attraverso lo stretto di Hormuz è un principio fondamentale del diritto internazionale ed essenziale per l’economia globale», scandisce infatti la premier nell’unica nota di ieri riferita al conflitto, diffusa per esprimere «vicinanza agli Emirati Arabi Uniti per gli ingiustificabili attacchi subiti che devono immediatamente cessare» e per rinnovare l’impegno dell’Italia nel «favorire il dialogo». Parole che tradiscono la volontà di vedersi chiarire da Rubio i contorni dell’operazione Usa “Project Freedom” per sbloccare lo Stretto.
Le nomine nelle Authority
Il biasimo per la paralisi di Hormuz è fermo. Come la volontà, sul fronte interno, di procedere alle nomine dei vertici delle Authority, annunciate la scorsa settimana come pronte. Al colloquio con Tajani e Salvini, prima di volare a Gemona del Friuli per il cinquantennale del terremoto del 1976 accanto al presidente Mattarella, Meloni proverà a ratificare l’intesa con l’intento di varare la delibera per Consob già domani in Consiglio dei ministri e dare il via all’iter per l’indicazione del successore di Roberto Rustichelli (scaduto il 4 maggio) all’Antitrust, che deve essere nominato dai presidenti di Camera e Senato. Tra i nomi in pole c’è quello dell’attuale segretario generale dell’Autorità, Guido Stazi. In casa leghista aleggia un cauto ottimismo per la candidatura alla Consob dell’attuale sottosegretario all’Economia Federico Freni, ma il veto di Fi non sarebbe ancora superato. Prudenza impera. Su questa partita e sulle altre.











