Prima il repulisti dentro il Governo e dentro Fratelli d’Italia: via tutti coloro che hanno problemi con la giustizia, si riparte dalla legalità. Poi, dopo la missione di oggi in Algeria per rafforzare una relazione già strategica sull’energia e il gas, la ridefinizione di un’agenda stravolta a un anno dal voto per le elezioni politiche. Giorgia Meloni riparte così dopo la sconfitta referendaria. Ira e pulizia, priorità e strategia.
La pulizia nella squadra e nel partito
La reazione di getto alla vittoria del No alla riforma della magistratura è stata la più dura: pretendere e ottenere le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi. E poi pretendere, ingaggiando un pesante braccio di ferro con il presidente del Senato Ignazio La Russa, anche quelle di Daniela Santanchè. Che prova a resistere. Ma con una nota gelida di Palazzo Chigi la premier ieri la ha gelata: «Per sensibilità istituzionale lasci anche lei».
La furia della premier
Non tutti, nel partito e nell’Esecutivo, sono convinti che la strada imboccata dalla premier sia quella giusta: cedere ai giudici, allontanando chi è indagato o condannato, proprio dopo una campagna referendaria impostata sull’attacco alla “magistratura ideologica” in difesa di una riforma presentata come garantista. Ma chi conosce Meloni sa di cosa è capace quando la furia la assale. Anche, appunto, di portare lo scontro ai massimi livelli dentro Fdi, cercando di imporsi su La Russa: il decano con la cui benedizione la presidente del Consiglio ha avviato l’avventura di Fratelli d’Italia, la seconda carica dello Stato, ma anche l’amico e il principale sponsor di Santanchè. Ossia il motivo per cui, nonostante la pioggia di inchieste e il rinvio a giudizio con l’accusa di false comunicazioni sociali per il caso Visibilia, la ministra del Turismo è sinora rimasta al suo posto.
Da giovedì il punto con i leader
Ma comunque finirà il muro contro muro – e l’inedita situazione di un capo del Governo costretto a sfiduciare pubblicamente un suo ministro (bisogna risalire all’ottobre 1995 per trovare un caso analogo: alla fine l’allora ministro della Giustizia Filippo Mancuso fu sfiduciato dalla sua maggioranza) – la vera partita per Meloni comincerà domani. Quando, al ritorno dalla missione ad Algeri, riunirà di nuovo il Consiglio dei ministri e dovrebbe radunare anche i leader della maggioranza – Antonio Tajani, Matteo Salvini e Maurizio Lupi – per un vertice. Il primo dopo la battuta d’arresto del referendum, segnata proprio da quel voto popolare di cui il Governo di centrodestra rivendica di essere espressione.
Nomine e riforme nel menù
La prima matassa da sbrogliare è quella delle nomine di primavera: i rinnovi ai vertici delle partecipate pubbliche. Andranno infatti a scadenza con le assemblee di primavera i Consigli di amministrazione di Poste, Eni, Enel, Leonardo, Terna e Enav. Una partita già complicata quando la navigazione è tranquilla, figuriamoci in mezzo alla tempesta. Ma non è l’unico punto all’ordine del giorno. C’è un’intera agenda che adesso va ripensata. Perché archiviare la riforma della giustizia significa, di fatto, dire addio all’unica riforma costituzionale approvata da questo Governo. Il premierato, che doveva essere (Meloni dixit) «la madre di tutte le riforme», è considerato ovviamente destinato al congelatore. Il Ddl Roma Capitale ha bisogno dei voti del Pd, con il cui concerto è stato scritto. L’autonomia differenziata è stata già demolita dalla Consulta.











