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Salute

«Siamo medici e non sceriffi»: i dottori d’Italia difendono il diritto alla salute (anche dei migranti)

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 20, 20263 min di lettura
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«Siamo medici e non sceriffi»: i dottori d’Italia  difendono il diritto alla salute (anche dei migranti)

I medici d’Italia fanno quadrato su quello che è ormai diventato il “caso Ravenna”. E cioè sui fatti che il 12 febbraio avevano portato nottetempo a perquisizioni a tappeto nell’ospedale cittadino e all’iscrizione di otto colleghi nel registro degli indagati per l’attività di certificazione connessa alla valutazione di idoneità sanitaria al trattenimento di immigrati nei Centri di permanenza per il rimpatrio. In sostanza, l’“accusa” è che con dei certificati di falsa inidoneità i camici bianchi abbiano voluto tenere fuori dai Cpr alcune delle persone visitate.

La scelta della Federazione

Quella assunta dalla Federazione degli ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo) è una decisione all’unanimità, arrivata a Roma al termine delle celebrazioni solenni della Giornata nazionale del personale sanitario, sociosanitario, socioassistenziale e del volontariato, istituita sei anni fa per ricordare il sacrificio di centinaia di vite perse durante il Covid. E non poteva esserci sigillo migliore, per ribadire l’essenza di chi ha come bussola il Giuramento d’Ippocrate e l’articolo 32 della Costituzione. Che definisce la salute “fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

I quattro puntelli

Tutti i 106 presidenti di altrettanti ordini territoriali della Federazione, in rappresentanza di migliaia di dottori in tutta Italia, hanno dunque deciso di mettere nero su bianco in un Ordine del giorno approvato all’unanimità un quartetto di concetti che suonano come un “giù le mani” dall’autonomia e dal dovere di cura, sempre e comunque. All’insegna del principio secondo cui “la valutazione clinica deve riguardare lo stato di salute e non costituire atto autorizzativo”. I medici, insomma, fanno i medici e non è certo in capo a loro – sottolineano – la sicurezza pubblica che è invece appannaggio delle forze dell’ordine. Da qui la richiesta di “rivedere l’intera procedura relativa al trasferimento nei Cpr e in particolare la valutazione clinica del medico che “deve riguardare esclusivamente lo stato di salute dell’individuo e non costituire atto autorizzativo”.

La Costituzione come bussola

Il primo punto è che l’atto medico è un presidio costituzionale e quindi – scrivono i presidenti – il dottore “nell’esercizio di diagnosi, prognosi e certificazione non svolge una funzione accessoria o amministrativa ma attua direttamente il diritto fondamentale di tutela della salute”. Del resto, sottolineano, sono la Corte costituzionale e la Cassazione in due sentenze ad aver ricordato come l’autonomia del giudizio clinico rappresenti una garanzia per il cittadino e la società.

Secondo punto, conseguente, è che la certificazione sanitaria è parte integrante dell’atto medico e a quest’ultimo va ricondotta anche la certificazione di inidoneità sanitaria al trattenimento nei Cpr. Che è “atto medico a tutti gli effetti – spiegano i vertici nazionali della Federazione -. E si fonda su “rilievi clinici oggettivi, valutazioni prognostiche e include la diretta responsabilità personale del medico. Il medico non autorizza provvedimenti amministrativi e non esercita funzioni di ordine pubblico. Il medico attesta lo stato di salute e le eventuali condizioni di incompatibilità sanitaria. Attribuire all’atto medico una funzione di legittimazione o di garanzia della sicurezza significa alterarne la natura e compromettere la separazione delle funzioni su cui si fonda lo Stato di diritto”.

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