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Home » Stop alle 32 ore settimanali: la Camera boccia la proposta dell’opposizione sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
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Stop alle 32 ore settimanali: la Camera boccia la proposta dell’opposizione sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

Sala StampaDi Sala StampaMarzo 3, 20263 min di lettura
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Stop alle 32 ore settimanali: la Camera boccia la proposta dell’opposizione sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

In Aula alla Camera, con il voto dei partiti di maggioranza è stata bocciata definitivamente la proposta unitaria dell’opposizione sulla riduzione dell’orario di lavoro fino a 32 ore settimanali, a parità di salario, anche nella forma della settimana corta di quattro giorni lavorativi. La proposta di legge di Avs, M5s e Pd – con primo firmatario Nicola Fratoianni insieme ai tre leader Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Elly Schlein – prevede l’introduzione di una sperimentazione triennale affidata alla contrattazione.

Le reazioni

Insorgono le opposizioni: «Le opposizioni fanno una proposta per migliorare le condizioni di chi lavora – ha detto la leader del Pd, Elly Schlein -, voi la affossate senza nemmeno volerla discutere, negandoci anche il diritto a discuterne in questo Parlamento. La tecnologia consente di produrre di più con meno lavoro. Vogliamo guidare la trasformazione con una proposta per sperimentare la riduzione dell’orario di lavoro che fa leva sulla contrattazione, con vantaggi in termini di qualità della vita, occupazione e riduzione delle emissioni».

Il presidente della commissione Lavoro della Camera, Walter Rizzetto (Fdi) ha motivato le ragioni della bocciatura: «C’è un problema di copertura, questa proposta costa 8,2 miliardi nel 2027 e 8,4 miliardi nel 2028. Ritengo sia un errore affidare la riduzione oraria di lavoro ad una legge che si applicherebbe a tutti i datori di lavoro, comprese le imprese che non possono permetterselo. Se non aumenterà la produttività del lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro per legge si tradurrà in puro aumento del costo del lavoro. Piuttosto con la contrattazione decentrata, come hanno fatto tante aziende, si può ridurre l’orario di lavoro individuando le misure che meglio si adattano alla singola realtà produttiva».

L’iter travagliato della proposta

La proposta di legge di Avs, M5s e Pd ha avuto un iter travagliato; la discussione nell’Aula di Montecitorio era prevista in origine a fine ottobre del 2024, poi è tornata in commissione Lavoro, dove un anno fa la maggioranza ha approvato sette emendamenti soppressivi del provvedimento – relatrice in commissione Marta Schifone (Fdi) – dopo il parere negativo espresso dalla Ragioneria generale dello Stato che aveva evidenziato la mancanza di coperture della proposta di legge, stimando inoltre che la possibile estensione oltre il settore privato anche alla PA avrebbe l’effetto di determinare «nuovi e maggiori oneri a carico della finanza pubblica allo stato non quantificabili». Dopo la bocciatura della Rgs, anche la commissione Bilancio della Camera ha espresso il parere contrario. In Aula, votati i sette emendamenti soppressivi, il testo è decaduto.

Incentivata la sottoscrizione di contratti per ridurre l’orario a parità di salario

Ma vediamo nel merito cosa prevede il testo che favorisce la sottoscrizione di contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali tra le imprese e le loro rappresentanze e le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale, volti alla definizione di modelli organizzativi che comportino una progressiva riduzione dell’orario normale di lavoro da quaranta fino a trentadue ore settimanali, a parità di salario, anche nella forma di turni distribuiti su quattro giorni settimanali, che siano accompagnati da investimenti nell’ambito della formazione e della innovazione tecnologica e ambientale.

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